3 parole per il 2019

Da qualche anno ho smesso con le liste di propositi e obiettivi e ho invece iniziato a fare una cosa diversa. Da una parte cerco di essere più buono con me stesso, meno severo, anche un pizzico più fatalista, tanto da perdonarmi il viaggio e ringraziare di averlo vissuto. D’altra parte, tento di mettere a fuoco solo 3 parole, 3 principi, 3 grandi direzioni che mi pare intelligente ed entusiasmante seguire.

Ho iniziato nel 2016 e devo dire che ha funzionato. O forse sono solo coincidenze. Ad ogni modo ecco 3 parole che voglio ritrovare nel 2019 e dalle quali voglio farmi guidare.

1) Confort

Sono sinceramente stanco di questa storia. Sono sinceramente stanco di quelli che dicono che bisogna uscire dalla propria zona di confort. Sono sinceramente stanco di provarci continuamente. Mi sembra tutto molto poco saggio e tutto molto masochista. Ma perché mai dovremmo sempre giocare a metterci a disagio?

Mentre scrivo, se mi fermo a pensarci neanche troppo bene, so esattamente cosa mi farebbe stare a disagio. Ci sono tre o quattro o una dozzina di situazioni e azioni che significherebbero distruggere la mia area di confort. E se ci penso, se penso di ritrovarmi davvero in queste situazioni, sto male e niente di più.

D’altro canto, sfidarsi, sacrificarsi, persino rischiare, possono ugualmente rientrare nella tua zona di confort. Se hai davvero un obiettivo, se il tuo gioco vale la tua candela, se hai chiaro il significato di ciò che fai, è quasi sempre così.

Confort è un termine soggettivo. Posso essere comodo in una situazione in cui la maggior parte delle persone ci morirebbe. E viceversa.

Posso definire la mia situazione ideale a prescindere dalle convenzioni e dalle opinioni della gente. E voglio farlo. E non voglio uscirci. Anzi voglio spaparanzarmici dentro.

Per rendere concreta questa idea: nell’ultimo anno ho viaggiato tanto, troppo per i miei canoni. Sono stato in media 7 giorni al mese lontano da casa. Ho incontrato tantissima gente, è stato anche divertente e a volte costruttivo. Ma non mi fa stare bene.

A me piace stare rintanato in casa. Qui con l’odore del mare, i miei cani che abbaiano e si rincorrono, i miei bimbi che provano a correre ancora più veloce. Mi piace vagabondare in giardino con vecchi jeans, vecchie scarpe, i capelli spettinati e la barba incolta.

Sono comodo così. E voglio stare comodo.

Voglio stare comodo perché non riguarda tanto la comodità, per fare quello che vuoi è chiaro si debbano fare scelte e sacrifici, quanto l’integrità.

2) (S)competere

Si, mi rendo conto che nessuno sentisse il bisogno di un neologismo e che suona anche male. Ma nell’era di petaloso e degli influencer penso anche sia l’ultimo dei nostri problemi.

Globalizzazione e digitalizzazione ci hanno catapultato nel più competitivo dei mondi.Ci sono milioni di modi per fare una cosa e milioni di venditori pronti a venderti un modo diverso di fare una cosa. In realtà i modi sono sempre molto simili e la differenza pare ridursi alla capacità del venditore di turno di alzare la voce più degli altri o di salire sopra gli altri per farsi notare. Chi dice che questo sia il mercato non si sbaglia, ma continuo a pensare all’esistenza di un’alternativa.

Il punto è che non hai bisogno di competere quando sai chi sei.

Lo ha scritto Bernadette Jiwa in Story Driven. Il senso è più o meno questo: se cerchi di riempire un buco sul mercato, sei condannato a guardare continuamente nello specchietto retrovisore per vedere se qualcuno ti sta raggiungendo e sorpassando. Sei diffidente nei confronti della concorrenza, e in generale delle persone, e probabilmente (lo aggiungo io) sei mediamente infelice.

(S)competere porta la sfida più su un piano più personale che in relazione agli altri. Fare il meglio che si può, essere la versione migliore di se stessi.

Se sai chi sei e cosa vuoi, non hai bisogno di competere. E probabilmente non hai bisogno, come dicevo prima, neanche di uscire dalla tua zona di confort. E questo potrebbe fare tutta la differenza del mondo.

3) NOOOOOOOO

Nel 2019 voglio dire un sacco di no. Me lo riprometto da sempre ma non riesco mai a farlo davvero. Voglio provarci.

Come dice Silente: non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte. E le scelte prevedono molti più no che sì.

Su questo non saprei che altro dire e sarebbe superfluo spendere altre parole. È una cosa da coraggiosi. E io voglio provarci. Tutto qui.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.