Come sei finito a fare un lavoro che non ami ed adesso cosa pensi di fare?

Le caste non esistono più, viviamo il momento migliore della storia per fare ciò che amiamo. Dicono così ma spesso è l’opposto. E forse non è il caso, ma siamo noi a sceglierlo.

Mio figlio quest’anno è entrato in seconda elementare e sono sorpreso di vedere quanti cambiamenti ci siano rispetto all’anno precedente. Ha molti più compiti, la maggior parte dei giorni deve uscire di scuola a pochi minuti dalle 14:00, in generale mi accorgo di quanto sia per lui impegnativo.
Ho provato ad esprimere il mio dissenso. Al maestro, al preside, a mia moglie, ai miei amici e mi sono sentito dire che è assolutamente normale.

D’altronde il compito della scuola è preparare (progressivamente) i bambini alla vita, e soprattutto al lavoro.
Quest’idea però mi lascia ancora più insoddisfatto, con parecchie perplessità e diverse paure.

Sarà che io ho sempre vissuto la scuola come scuola o forse, in barba a tutti, non ho mai accettato di prepararmi al lavoro.
La distinzione del mondo in due categorie, lavoranti ed apprendisti, è stupida ed è responsabile di molti dei problemi che ci troviamo da adulti.

Il primo germe che ci rovinerà è pensare che lavorare sia duro e noioso e che sia giusto che un lavoro possa essere duro e noioso.
D’altronde unire l’utile al dilettevole è uno di quei motti con i quali si parla di situazioni eccezionali non nella norma.
E così, bevendoci poco a poco questa storia, è facile ritrovarsi ubriachi di stronzate, pregiudizi ed idee che crediamo di avere ma non sono affatto nostre.

Il gioco delle bugie circolari

C’è una bugia che ci ripetiamo l’un l’altro da quando siamo piccoli; ogni tanto tocca a noi ascoltare, altre volte dirle.

Mia moglie ha fatto avere ai miei bambini uno di quei libri personalizzati che si usano adesso, uno di quelli con le storie di “quando sarai grande”.
I lavori sono tutti fichissimi: c’è il calciatore, l’astronauta, l’inventore, il medico…
Questi lavori, in questo momento, non sembrano affatto duri. Sembrano piuttosto dire, ed infatti c’è proprio scritto nella prima pagina, “potrai essere ciò che vuoi e la tua vita sarà meravigliosa”.

Però si tratta di una bugia, una doppia bugia, una tripla bugia.

1) Non è affatto detto che questi lavori non siano duri e sacrificanti.
2) Purtroppo, nonostante ogni genitore augura il meglio al figlio, non è affatto vero che potrà fare ciò che vuole.
3) E la beffa è che non potrà fare ciò che vuole non solo per questioni casuali, per attitudine, capacità ed impegno, ma soprattutto perché siamo noi ad impedirlo.

Il fatto che nel libriccino ci siano lavori fantastici ne è la prova. Così come è la prova ogni discorso con il quale cerchiamo di far prendere una strada ad un ragazzo e come hanno fatto con noi genitori, amici, maestre e professori.

Come dice Paul Graham in “Come fare ciò che ami” la maggior parte dei consigli che diamo e riceviamo, dei lavori che facciamo è condizionata dal prestigio e dal denaro. Due cose pericolose che in fondo impariamo già a scuola.

“Se ammiri due tipi di lavoro finisci per scegliere quello più prestigioso, ed a parità di prestigio quello più redditizio”.

Secondo Paul, ed è vero, questo è il motivo per cui alcuni lavori molto redditizi come le vendite porta a porta, (o la prostituzione?), o lavori molto umili ben pagati, non sono così attraenti.
Promettono denaro ma non il rispetto di chi ti sta intorno.
D’altra parte il massimo sembra essere “Il chirurgo di fama mondiale” con riconoscimenti sia economici sia morali.

Dalla teoria alla pratica

In sintesi è così che impariamo a relazionarci al mondo del lavoro da quando siamo piccoli, e molte delle scelte che facciamo da grandi seguono le stesse linee. Con alcune complicazioni.
Ci si accorge che diventare astronauta non è così semplice, e lo stesso vale per fare il chirurgo. Oppure potremmo scoprire che lavori molto redditizi richiedono capacità che non abbiamo e non avremo mai.

E cosa succede allora? Ci si accontenta, si cerca, si sceglie, e si va avanti considerando solo i due fattori che abbiamo imparato da piccoli: denaro e prestigio.
E con in testa un motto scolpito con il fuoco sacro della voce del popolo: “fa niente se non ti piace…il lavoro è duro”.
A prova di questo, pensiamo anche ad un altro modo di dire che ricorre spesso in fase di lavoro e scelta del lavoro: “o per soldi o per gloria”.

Siamo programmati insomma come se non ci fossero vie d’uscita e come se prendere una direzione diversa sia un peccato mortale; al pari della prostituzione per intenderci o dello scrivere poesie sperando nelle donazioni della gente.

Che lavoro fare? Quanto essere felici ed infelici del proprio lavoro? Che fare se ti trovi in questa situazione?

Nota: Sono cosciente di avventurarmi in un territorio rischioso ma ho pensato di farlo dopo aver ricevuto l’ennesima lettera di frustrazione e confusione.
Quanto segue non è la risposta ma solo un modo diverso di pensare e farsi domande. Metto giù 3 punti che mi sembrano interessanti e che con me hanno funzionato.

1) Il lavoro è una cosa (troppo) seria

Si calcola che il lavoro occupa più tempo di ogni altra attività della nostra vita: il tempo per cercarlo, il tempo per svolgerlo, gli spostamenti logistici, le notti insonni, i pranzi e le cene mute nelle quali continuiamo a rimuginare.
Fare un lavoro che non ci piace non riguarda solo il lavoro ma la nostra vita, la capacità di relazionarci con gli altri, ciò che diamo “davvero” ai nostri figli.
Come dice ancora Paul Graham, certe persone giustificano le loro assenze, un lavoro che non amano, come il mezzo per dare più possibile ai propri figli. Ma se ciò porta ad essere un cattivo marito, un padre infelice…è meglio essere meno altruisti. O esserlo davvero.
Quando ho deciso di fare il mio lavoro ho combattuto a lungo su questa strada. Sapevo a cosa sarei andato incontro e sono stato circondato di persone pronte a ricordarmelo.
Non ho una busta paga con la quale far finanziare giochi ed oggetti costosi, ho dovuto cambiare 4 case in 3 anni, devo sempre pagare “avanti”, non so se il mese prossimo andrà bene come quello precedente. Non ho una macchina da oltre due anni.
Giusto essere questo genere di padre?

Ci ho pensato ed ho scelto di essere egoista. Però mio figlio sa che ho sempre tempo per lui, ed è difficile che abbia una giornata “complicata”.

2) Non pensare che sia per sempre

Ormai dovrebbe essere chiaro: un lavoro non è per sempre. Però ci portiamo dietro quest’idea “dai nostri padri” e pensiamo non solo che sia per sempre ma che non si possa deviare e cambiare.
Quando qualcuno mi chiede dove mi vedo tra 5 o 10 anni, rispondo “non lo so” senza sentirmi in colpa.
E lo faccio non solo con incoscienza ma anche con un pizzico di lucidità: basta guardarsi intorno e vedere come ciò che appariva sicuro ieri è crollato in un attimo.
Oggi più che ieri bisogna pensare a vivere il presente.
E, una cosa che non è mai cambiata, purtroppo non sappiamo neanche se vale la pena sacrificarsi per il futuro perché potremmo non esserci.

3) Vie d’uscita

Come ho scritto di recente “siamo troppo grandi per credere alle favole ma anche per pensare che non esistono”
Oggi siamo Grandi abbastanza da sapere che non sempre possiamo fare il lavoro giusto, quello che amiamo ma c’è speranza.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Ancora Paul li chiama percorsi:

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace.
Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. Conosco un professionista al quale è stato offerto un lavoro straordinario, più di 12000 euro al mese, prestigio…ma ha scelto una cattedra per avere una vita più tranquilla e dedicarsi alla famiglia.
Questo però è abbastanza normale.

Di straordinario, e secondo me perfettamente in linea con i tempi, c’è un approccio diverso.
Fare qualcosa oggi che potrebbe non piacerti o piacerti poco per fare qualcosa di importante domani.
Ok domani potresti non esserci (so di contraddirmi) ma avere uno scopo, sapere che non stai galleggiando e ristagnando, fa tutta la differenza del mondo.
Probabilmente è questo diventare grandi.

C’è un pezzo di James Altucher che parla esattamente di questo: da un lato la consapevolezza che il successo (qualunque cosa intendi, in questo caso ciò che vuoi davvero fare…) non si raggiunge durante la notte, dall’altro una visione più pratica e meno dolorosa del sacrificio.

Se ricordo bene, James fa l’esempio di un tizio che vuole diventare un grande musicista. In attesa che accada può stare tutto il giorno a prepararsi ma anche bruciarsi di sconfitte e povertà oppure avere fede ma darsi da fare con lezioni e piano bar.
Fare lezioni e piano bar non è fallimento, anzi. Significa credere talmente nel tuo scopo da non soffrire di fare qualcosa di “noioso” in attesa di arrivare. Sapere che è “temporaneo” fa tutta la differenza del mondo.

Questo è l’approccio che seguo, un pensiero che mi guida e mi aiuta costantemente.
Io sono un “ghostwriter” un lavoro che non è scalabile e che, oggettivamente, non si può fare in eterno; o meglio non vorrei fare per sempre.
Per quanto è davvero bello ascoltare le persone e le storie degli altri, sinceramente non tutte le storie ti arricchiscono. Ci sono storie e persone che ti annoiano a morte. Persone presuntuose che mi sistemano le virgole, che mi dicono che dopo la virgola non ci vada la “e”.
(Il che non solo non è vero ma per me è un colpo mortale)

Oppure, come puoi vedere su questo sito, mi trovo a dover scrivere profili linkedin anche se mi sembra poco…o non abbastanza o non entusiasmante.
Sai cosa vorrei? Vorrei che bastasse scrivere ciò che sono e ciò che penso per vivere, non scrivere su commissione.
Eppure, lo so benissimo, quando non faccio “Il lavoro”, quando non so cosa mangiare o quando mio figlio non può avere i suoi giochi, quando non ho voglia di giocare con lui…beh non ho né la voglia né la forza per scrivere e fare ciò che mi piace.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza.
Perché è giusto credere nel lieto fine e nelle favole ma non nella fata turchina che viene mentre non stai facendo un cazzo e ti risolve i problemi.

La confusione…va bene

Ed infine c’è la vera lezione, il banco di prova dove si capisce quanto sei diventato Grande.
Sentirsi un coglione va bene.

Ogni tanto, nonostante tutto ciò che ho scritto in questa pagina, avrei voglia di piangere.
Mi chiedo dove stia andando, se è giusto, se ce la farò, se…mille domande.
Ecco un’altra bugia che ci insegnano da piccoli. Quando dicono che da grandi avremo tutte le risposte.
Non è vero.

Da grandi avremo ancora più dubbi.
Conviverci senza farsi opprimere, crescere con le domande è la vera sfida.
Se siamo grandi dobbiamo saper vivere bene con la nostra fragilità.

Insomma, capita a tutti di abbracciare il cuscino e sentirsi un coglione, di avere quel desiderio di sparire.
Ma sentirsi un coglione va bene.

E solo quelli Grandi ne hanno il coraggio.

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