Il coraggio di bussare alle porte (non scappare) e dire chi sei

Da bambini si giocava a citofonare ai campanelli e scappare via piegati in due dalle risate. Cosa c’era di così divertente? Nulla. Era invece una dimostrazione di coraggio, un rito “moderno” di iniziazione, il momento in cui dimostravi agli altri di essere abbastanza grande.

Un paradosso. O forse solo il fatto di essere bambini. Un paradosso comunque.
Da grandi abbiamo smesso di citofonare ai Rossi, ai Verdi, ai Centofanti ed altri nomi strani. Abbiamo smesso di correre. E di ridere. Ma continuiamo a scappare.

Il paradosso è che il coraggio oggi si manifesta esattamente al contrario.

  • Il coraggio di suonare al citofono, o bussare alla porta.
  • Il coraggio di rimanere lì e dire chi siamo (e cosa vogliamo).
  • Il coraggio di raccontare a quel punto la nostra storia – non balle preconfezionate o che altri ci hanno preparato.

Siamo diventati quasi tutti più alti, con il ditino possiamo arrivare a suonare anche a quelli dell’ultimo piano – se capisci cosa intendo. Possiamo…ma lo facciamo?

Abbiamo una voce più marcata e più chiara per farci sentire anche nel caos di una strada affollata. Possiamo…ma lo facciamo?

Possiamo un sacco di cose, il digitale ci ha dato un ulteriore mano. Possiamo ma lo facciamo?

Tante domande. La risposta è invece unica: poter fare, poter essere appartiene al regno delle possibilità, del potenziale. Fare è diverso, l’unica cosa che conta, e richiede una discreta dose di coraggio.
Possiamo ma lo facciamo?

La porta è lì

La porta è lì. Non per uscire o scappare. È lì per essere aperta, o almeno provarci. Bussare.
Al netto di tutta la filosofia che si fa sui social (e riguardo al social/digitale…) si tratta semplicemente di fare queste tre cose: guardare, bussare, presentarsi.
E farlo un passo alla volta, una porta alla volta, una persona alla volta.
Ogni tanto torna fuori la storia del H2h (human to human), si tratta esattamente di quello ma in forma meno accademica e molto più pratica.

Guardare
Non c’è di costruire alcuna porta. La maggior parte delle volte le porte sono lì, le persone sono lì, le opportunità sono lì. Basta bussare.

Bussare
Non c’è vergogna nel chiedere non se stai facendo qualcosa di onesto e non se sei fedele a te stesso.
Bussare è contattare un tizio su LinkedIn (o dove diavolo ti pare) e chiedere di essere aiutato. O offrirti di aiutare lui (anche questo è GRANDE).
Bussare e chiedere che si dice là dentro, raccontare come si sta qua fuori.
Bussare e rimanere sull’uscio abbastanza che la porta si apra. Non entrare prepotentemente, lasciare il set di pentole nel furgoncino.
Parlare. Si tratta solo di questo. E non è affatto poco. Direi: è tutto.

Dire chi sei
E poi viene la parte interessante della storia: la tua, la sua.
Anche oggi si tratta di questo: ottenere il diritto di raccontare la tua, guadagnare il privilegio di ascoltare la sua.
Non è così difficile.

Se hai bussato, se hai bussato con garbo ed educazione, se ti sei presentato ben vestito (non intendo dire di marca e non parlo neanche di abbigliamento), se hai lasciato il set di pentole o qualsiasi altra cosa vendi nel furgoncino…è quasi sempre possibile e facile.

E se non ti aprono? E se non ti parlano? E se ti stanno sulle palle quando inizi a parlare?
Fa niente. Vai avanti. Trovi un’altra porta. Bussi di nuovo.
Una porta, due porte, cento porte, un milione di porte.
Sono tutte là fuori. Ci sono un sacco di persone là fuori.
Diventare Grandi significa anche questo: non dover piacere a tutti, parlare con chi si vuole, non dover raccontare la storia di un altro (o scritta da un altro) per farsi aprire una porta o piacere a chi non ti piace.
Bussa, aspetta, parla.
Sii te stesso. Grande abbastanza da non scappare e raccontare davvero Chi sei.

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