La cosa “violenta” è parlarne dal 1999 e continuare a pensare che le vittime siano davvero le donne

By Davide Cardile

Nov 25

Oggi mi tocca parlare di questo. Se non altro perché su qualsiasi social, nella mia casella di posta, alla radio, nel palazzo accanto non si parla di altro.

Questo potrebbe essere una cosa buona ma anche il primo problema. O meglio sono sempre contrario al “giorno dei problemi” così come al giorno “della gratitudine”. In un certo senso ho l’impressione si faccia di qualcosa di importante un mero ordine del giorno, tipo “sostituzione del cancello condominiale”.

Capisco anche però il rischio contrario, perdersi a tal punto da non parlarne mai. E mi rendo conto, come molte altre cose di questo mondo, che c’è bisogno di parlare anche di ciò che appare scontato, perché se siamo qui a doverne parlare…beh scontato non lo è affatto.

Alcune cose “violente” di questa storia

Una delle parole più diffuse in questi giorni è “violenza domestica”, due su tre degli omicidi sono causati da partner e spesso si consumano all’interno delle mura di casa.

È terrificante ma lo è anche parlare di violenza domestica, perché, si sa, ciò che è domestico è inconsciamente meno rilevante di ciò che è pubblico. Purtroppo, a meno che non si parli della casa del grande fratello, il pericolo è quello di definirlo un problema intimo quando è invece di tutti.

L’altro problema è quello di considerare (solo) le donne vittime del problema. Si è chiaro lo siano, ma le vittime di una storia sono tante e diverse, siamo tutti.

La cosa più banale è che siamo tutti fratelli, padri, compagni, amici, di quella donna su tre che subisce violenza. E siamo dunque in un modo o nell’altro tutto violentati o a rischio.
L’altro aspetto, forse ancora più “interessante” (almeno a livello politico/sociale) è che non è dunque solo un problema da e di donne.

Una osservazione intelligente (ma non è ci volesse l’illuminazione) è quella di McCormack (riportata oltre un mese fa su TheGuardian):

Esiste una connessione tra terrorismo e violenza familiare. Anche il tipo di uomini che potrebbero commettere atti terroristici è probabile che siano delinquenti in famiglia, quindi è importante collegare la sicurezza nazionale e la violenza familiare.

Ma anche, deduco io, collegare “la sicurezza delle donne alla sicurezza del mondo in cui viviamo”

Se infatti questo mondo non è ancora sicuro e giusto per 1 donna su tre, significa anche che non è sicuro e giusto per circa 6 miliardi di persone (voglio pensare arrivi a tanto il numero di persone “buone”).

Uomini o donne che siano. Amici, amiche, padri, madri, compagni e compagne della vittima di turno. E dunque tutti vittime del solito responsabile: l’uomo, cioè noi, cioè tutti.

Cosa possiamo fare?

Parlarne…se serve.

Fare…ogni volta che ne abbiamo la possibilità.

Non quando una donna urla “aiuto” ma quando un bambino cresce. Quando un bambino ne tratta male un altro. Quando qualcuno urla contro un dipendente. Quando qualcuno lascia che qualcun altro muoia.

Quando ci sarebbe la possibilità di fare la cosa giusta e vince (in silenzio) la cosa sbagliata.

Certo è un concetto molto astratto ma non è che la giornata contro la violenza sulle donne (la si fa dal 1999) lo sia da meno.

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