Meglio (essere) lanterna che faro

Sbagliavo. Ho iniziato a scrivere nel web, su questo blog, su riviste, con un unico obiettivo: diventare noto. D’altronde, come dice Mark W. Schaefer in KNOWN, qualunque sia il tuo lavoro o servizio hai bisogno di essere noto.

Esserlo ti renderà mille volte più facile il lavoro, o mille volte più redditizio, pagato meglio si intende.
Mark ci ha fatto un libro ma essere il ragazzo intelligente è una di quelle cose che ci insegnano da piccoli, che si augurano per noi le mamme, che ti fa prendere buoni voti a scuola anche quando sei svogliato o non te lo meriteresti.

È stato insomma sempre così ed anche chiamandolo oggi in modo strano, di volta in volta differente, non si tratta di nulla di così rivoluzionario.
Impattante si. Oggi più che ieri. Ed il web, l’essere continuamente connessi ha ingigantito la cosa.

In sostanza essere noti equivale ad essere il ragazzo intelligente non in una classe ma in un intero mercato, o in un social, o in una nicchia abbastanza redditizia.
E, soprattutto, il meccanismo social, ti porta continuamente a pensare di dover essere non solo “Il ragazzo intelligente” ma quello più intelligente.
Non si cerca più di fare le cose per bene, di fare bene, di fare la cosa giusta, di fare la cosa che è nelle tue corde. Si pensa sempre in termini di benefici e vantaggi in termini di visibilità e riprova sociale.

Neanche questo è un concetto nuovo, solo ingigantito ed esasperato dalla concorrenza social, e dalla vicinanza.
Perché un altro effetto dei social è proprio la vicinanza, mettere vicini e confrontabili tante storie, risultati, successi e fallimenti.
Tornando all’ambiente scolastico di cui parlavo prima: qui (sui social) è come partecipare alla rimpatriata del terzo liceo solo con moltissime persone in più, e ritrovarsi dunque a confrontarsi con persone che nemmeno conosci ma ti sbattono il successo in faccia…che poi questo successo, molte volte, non è nemmeno verificabile e vero.

Di vero c’è solo che anche quei ragazzoni che avanzano fieri come i quarterback che si vedono nei film americani, hanno altrettanto paura. Temono che sia tu a schiaffeggiarli di trionfi e fare la parte da sfigati.

E così a giro, in un loop infernale, come un girone dantesco, ci si ritrova da una parte a cercare sempre più consensi, dall’altra a sentirsi sempre indietro a quello degli altri.
Quando ho iniziato a scrivere la prima parola fatta da pixel pensavo a questo: conquistare il mondo, o quasi.
Che poi è ancora il sogno, la missione, o la modalità comunicativa di tantissimi. Diventare un faro per tutti gli altri.

Quella folle idea che bisogna diventare un faro e che sia bello esserlo.

Diventare un faro, specie se è una cosa sulla quale ci lavori e poco spontanea, credo sia il motivo per il quale tante persone finiscono per lasciare stare tanti progetti e rintanarsi in una stanza senza mai parlare.
Diventare un faro è la pretesa che ci sia un punto, un momento, in cui centinaia, migliaia, milioni di persone si accorgano di te, come una stella cometa sopra la testa, e da quel momento non ne possano fare a meno.
Diventare un faro, sui social, nasconde la cosa più pericolosa per gli esseri umani: considerare le persone come elementi di un gruppo (cento, mille, un milione) e scordarsene l’importanza di ciascuno.

Diventare faro non dovrebbe essere tra gli obiettivi e tra le cose alla voce “ne vale la pena” Si può fare di più. Di più realistico, di più redditizio, e di più buono.

Fare un po’ di luce per una persona

Se una persona ha bisogno del tuo aiuto, illuminare un pezzo di stanza, accendere una lampadina, è straordinario.

Lo vedo una decina di volte al giorno negli occhi di mio figlio: quel “grazie Papà” mi fa sentire grande come poco altro al mondo, forse nulla.
L’ho visto parlando con persone lontano mille km, solo grazie a skype, senza dover e vendere nulla, senza nemmeno insegnare nulla.

Essere rilevanti oggi è soprattutto questo: essere disposti a fare qualcosa che altri non fanno. E quel “qualcosa” è dare attenzione, attenzione vera, alle persone. Ad una persona, non un gruppo, un target, una nicchia, un pubblico.
Farsi ricordare come “chi ha ascoltato”, “chi è vicino”, “chi ti ha capito”.

Smetterla di essere il guru o il più intelligente

Se si smettono i panni del comunicatore/imprenditore/visionario/startupparo/metticitucosa seriale ci si può riscoprire utili e coraggiosi. Tanto da potersi dedicare realmente alle persone, ad una singola persona, più che ad una platea dei quali fatichiamo persino ad immaginarne i volti.
E se si ha il coraggio di farlo si vince e si vince tutti.

Ci pensavo oggi riflettendo su cosa mi abbia portato parlare davvero con le persone; ad oggi ho stimato di aver parlato con oltre 1600 persone negli ultimi due anni (chat, skype, telefono)
Pensavo al potere che hanno certe storie, non tante quelle che ho raccontato ma quelle dove sono stato ad ascoltare, quelle dove mi sono permesso di alzare la mano e chiedere spiegazioni aggiuntive.

Ogni volta, anche se subito non te ne accorgi, sei più grande, forte e coraggioso. Ci pensavo oggi leggendo una frase “illuminante”

“Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata” Nichiren Daishonin

Pensandoci insomma mi viene da dire: più che faro…meglio essere lanterna.

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