Non siamo più nel Kansas (a proposito di Lavoro e Lavori)

“Poi successe una cosa assurda. Una di quelle cose che succedono solo nelle praterie sconfinate del Kansas. L’intera casetta di legno si alzò lentamente in aria avvitandosi due o tre volte su se stessa. A Dorothy parve di essere a bordo di una mongolfiera.
I venti del nord e del sud si erano scontrati esattamente nel punto in cui si trovava la casa degli zii e proprio lì si era creato l’occhio, cioè il centro, del ciclone, dove l’aria è stranamente ferma. Così, una volta sollevata dai venti fino alla cima del vortice, la vecchia casa di legno venne trasportata per miglia e miglia come una piuma leggera.”

Toto, I’ve got a feeling we’re not in Kansas anymore.

Guardati intorno: non siamo più nel Kansas

Dorothy se ne accorse dai personaggi strani che le passavano intorno. E da una breve sintesi a cura della strega del Nord.

A noi basta guardarci intorno. Amazon, Uber, le recensioni di ristoranti e persone alle quali siamo ormai abituati. La pochezza di contatto che sperimentiamo e l’abuso dello smart phone, la domanda se debba andare a destra o a sinistra del piatto quando siamo a tavola.

O più semplicemente, ma più importante, basta guardare il modo in cui compriamo e vendiamo; ed il modo in cui lavoriamo o non lavoriamo.

Cerchiamo la cosa giusta ma nel posto sbagliato

L’altro giorno mi sono permesso di essere brutale con un giovane amico di cinquant’anni. Lui ha una famiglia ed un lavoro a tempo indeterminato.

Solo che il lavoro a tempo indeterminato non è più quello di una volta ed è almeno un anno buono che tentano di farglielo capire. Lui dopo tanto lo ha capito.

Da mesi si guarda intorno e ne cerca uno nuovo. Non è solo la sicurezza economica a preoccuparlo ma anche la voglia di fare qualcosa di utile e che lo faccia sentire utile.

Dopo 9 mesi di ricerca (attiva!) non l’ha mica trovato.

Mi sono permesso di essere brutale e gli ho detto chiaramente che non lo troverà. Ho aggiunto anche, mi sembrava necessario farlo, che il problema non è la sua età come si può credere.

È semplicemente che il mondo è cambiato. È arrivato un ciclone, è arrivato Il digitale ed ha fatto vedere cosa significa davvero globalizzazione.

Insomma il punto è che non siamo più nel Kansas e qui dove ci troviamo il lavoro per come lo conoscevamo non esiste più.

Tre tipi di lavoro (detto brutalmente)

Per come la vedo io esistono tre tipi di lavoro che si possono fare e cercare.

(attenzione: contiene generalizzazioni)

Un buon posto

Pubblico. O una bella azienda privata, magari anche una di quelle multinazionali dove dicono lavorare sia un’esperienza bellissima.
Possibile ma per pochi.

Penso devi avere competenze (certificate e dimostrabili), avere un’età inferiore ai 30 anni o forse meno, ed essere disposto a spostarti più e più volte.

Anche volendo non è per tutti. È per pochi, pochissimi.

Un lavoro

L’unico lavoro che mi sembra possibile e ce ne è in abbondanza, è quello più antico del mondo. (che è la vendita non la prostituzione)

Azzarderei che hai anche la possibilità di sceglierti prodotto ed azienda congeniale ma devi mettere nel cassetto il sogno del posto fisso, della sicurezza, della costanza. Spesso ti toccherà cambiare.

Ho la massima stima per chi va volontariamente in questa direzione, ne fa una professione rispettabile e di prestigio come quella dei chirurghi. Purtroppo la maggior parte sono di passaggio.
Tra il primo ed il terzo punto, del quale parlo tra pochissimo.

Una pezza

Una pezza sugli occhi per non vedere. Rientra in questa categoria ogni lavoretto spacciato per stabile, ogni contratto firmato che ti illude di aver sistemato le cose.

Il problema (quanti problemi in queste righe e in questo mondo!) è che quasi sempre il tuo datore di lavoro è precario quanto te. Neanche lui è più nel Kansas ed a guardare il numero di saracinesche abbassate dovremmo averlo compreso.

La morale? Non che voglia fare la morale a nessuno però secondo me chi si lamenta di non trovare un lavoro è da comprendere, da supportare ma da non giustificare. Prima di “cercare lavoro” bisognerebbe guardare questo schemino (o qualcuno di più intelligente e competente) e vedere se il lavoro per te esiste. Purtroppo potrebbe non esserci, o potresti ambire e dover cercare solo in una direzione.

O quelli che dicono ogni due minuti “eh ma vedi come in America mi hanno assunto subito…” E allora vacci. Non siamo più nel Kansas!

E gli altri? Il lavoro se lo inventano (ma c’è un problema)

Lo dice uno che il lavoro se lo inventa ogni giorno, uno che guardando da fuori sembra che un lavoro vero non ce l’abbia.

Fuori dal Kansas è così.

“Siamo alla vigilia di una trasformazione potenzialmente di massa: quella dei lavoratori dipendenti in freelance. Un paio di anni fa un‘analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi si già poteva considerare un “freelance”. In un aggiornamento di qualche mese fa la cifra, stimata attraverso un’indagine a campione su 6mila persone, era salita al 35 per cento. Si sta procedendo verso la profezia annunciata dalla stessa organizzazione dei lavoratori autonomi americana, che si arrivi entro il 2020 addirittura ad avere il 50% di forza lavoro etichettabile come freelance.” (Fabrizio Patti – Linkiesta)

Freelance sembrerebbe bello ma

Padroni del proprio tempo, senza padrone, in realtà è davvero bello. Solo che presenta una sfilza di controindicazioni scritte in piccolo ma dal grande impatto.

Due su tutte:

La concorrenza è globale (davvero)

Non solo nell’offerta ma anche prima. Il modo in cui arrivi a produrre il tuo servizio e lo immetti sul mercato.

Il fatto che io lavori con una connessione di 2mega non è una condizione valida per competere in un campionato a parte. I miei concorrenti lavorano con 200 mega o 400 mega e si rivolgono ai miei stessi clienti.

Il fatto che un tizio francese (si anche gli orgogliosi francesi) parli tranquillamente l’inglese, neppure.

Il fatto che l’italiano sia tra le lingua meno parlate al mondo, neanche.

Il fatto che da noi l’innovazione (anche culturale, di idee, di approccio) arrivi dopo…beh neanche questo.

Il potenziale cliente di un freelance è il potenziale cliente dei freelance. Nel mondo.

Ancora sulla concorrenza (come andrà la storia…)

E guardando bene, domani andrà peggio.

Innanzitutto perché bisogna ammettere che siamo parassiti. Mi metto in mezzo anche io e spero non si offenda nessuno.

Il freelance lavora se lavorano gli altri.

Scrittori, grafici, coach, consulenti di impresa, avvocati (freelance), nutrizionisti, e tanti altri offrono solitamente aiuto a coloro che fanno un lavoro “tradizionale”.

Se il lavoro “tradizionale” è a rischio, significa che ci saranno sempre meno potenziali clienti e ci sarà ancora più concorrenza, perché gli ex-lavoratori diventeranno freelance.

Pensavo fosse freelance invece è precariato

Il risultato, brutalmente, è che la maggior parte di chi svolge un lavoro autonomo o inizia a farlo, sta facendo qualcosa di diverso.  Sta ingrossando le fila di quella nuova classe della quale parlava Guy Standing nel 2011

Una classe che non solo ha una precarietà economica ma anche di tempo, di obiettivi. Che ha capito che non siamo nel Kansas ma non riesce a spiegarsi dove sia finita.

Colpa ancora della concorrenza, della globalizzazione, di Internet ma basta vedere come certi servizi si svendano per pochi euro.

E questa non è più la classica guerra dei prezzi della quale si parlava una volta ma una vera guerra dei poveri (o dei precari).

La soluzione?

Quanto al lavoro “tradizionale” sono sconsolato e non ho molto da dire; non ho le competenze e le esperienze per farlo. L’unica cosa che mi viene in mente è un grosso in bocca al lupo.

Quanto ai freelance: anche qui non ho risposte definitive, posso solo raccontare ciò che faccio io. Con I dovuti aggiustamenti e miglioramenti potrebbe funzionare.

Accettare il PROBLEMA. Dire di no e guardare lontano

Da anni ho capito che l’unico modo per costruire è costruire. I problemi ci sono, le spese sono tante, è difficile, viene facile a volte scegliere una strada veloce ma è quasi sempre sbagliata.

Io ho ammesso che “al momento è così”. Cento o duecento euro in più non daranno una svolta; neanche qualche migliaio di euro.

La priorità non è dunque vendere oggi ma creare le condizioni per qualcosa di più grande.

Significa dire di NO (non puoi fare tutto, non è giusto fare tutto, alcuni clienti è meglio perderli che trovarli…)

Significa accettare il compromesso di un momento complicato ma non accettare compromessi con il tuo lavoro (e la tua vita).

Fare qualcosa di diverso ed essere qualcosa di diverso

Nicchia si ma non basta.

Bisogna essere disposti anche a fare qualcosa di diverso, qualcosa che altri non sono disposti a fare.

Qualcosa che ti metta a disagio. Esporsi talmente da sentirsi nudo a costo di diventare speciale.

Parlare con le persone

Non so dove ci porterà la tecnologia e l’intelligenza artificiale ma sono convinto che l’interazione e le relazioni esisteranno ed avranno un peso ancora un bel pezzo. E ricordarsi quel simpatico detto che dice “abbiamo due orecchie ed una sola bocca”.

Parlare ma soprattutto ascoltare.

Non vendere servizi e non vendere neanche te stesso

Applicarsi sui tre punti precedenti dovrebbe portare ad una situazione nuova ma di grande vantaggio: smettere di vendere, smettere anche di farsi comprare.

Farsi scegliere.

Non perché sei quello che scrive o quello che fa I video.

Farsi scegliere perché sei Tu.

 

NOTE FINALI: Non vendo alcun servizio legato al mondo del lavoro, non mi occupo di questo. Quanto hai letto sono solo alcune riflessioni personali di chi vive in questo mondo e legge nel feed (dei vari social) tanta confusione ed indignazione. Se sei un freelance o vuoi diventarlo possiamo fare una chiacchierata da buoni amici e colleghi ed anche qui non ho prodotti o servizi da vendere; però mi fa piacere.

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* le righe iniziali sono tratte da “Il mago di Oz”, traduzione e adattamento di Elisa Prati, Giunti Editore, settembre 2011

 


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