Passato significativo: il giusto tempo di una storia

Troppe persone si preoccupano di raccontare un passato che non c’è più, che è vecchio, che è passato. Ma troppe persone fanno anche peggio: buttano via anni, attimi, esperienze, emozioni, sensazioni, persone, come se non avessero ancora un posto in questa storia.

Nel web, nelle relazioni con le persone, in questo nuovo mondo del lavoro (e dei lavori) il passato conta eccome, ma ha confini temporali diversi. Il passato che ti ha caratterizzato davvero, il passato che vive ancora oggi (e no, non parlo di rimpianti. Quelli buttali via!), il passato che ti porterà a domani.

Non so come si potrebbe chiamare questo tempo. Passato significativo; forse. Si forse lo chiamerò così. Si forse è davvero ciò che serve.

Il problema delle storie: non le parole ma il tempo

Quasi ogni giorno parlo con qualcuno in cerca di spazio su questo mondo on line. Solitamente mi si avvicina come quello che vuole sapere dove si prende il biglietto; educato, composto, non troppo interessato.
Non lo dice quasi mai, ogni tanto si, ma ha sempre l’area di chi potrebbe continuare a vivere (e lavorare) benissimo anche senza. Forse mente ma probabilmente ha anche ragione.

Per capire…ma cosa intendi per una storia da raccontare? Di cosa dovrei parlare esattamente?” il per capire fa tutta la differenza del mondo. Il per capire è un modo informale e più veloce per dire “a titolo informativo” – come ti dicevo potrebbe anche vivere senza.

Ad ogni modo non è questo il punto. Il punto è che la confusione non è data quasi mai dalle parole, dalla forma, dallo stile, dal canale da utilizzare. Quello anche ma viene dopo ed il mio interlocutore non lo sa ancora.

Il problema è capire invece di cosa parlare. Cosa mai ci potrebbe essere da raccontare. E soprattutto perché raccontare una storia potrebbe rappresentare un vantaggio nel business, nel mondo on line, nel nuovo modo di lavorare.

Dopo tante di queste discussioni ho capito un’altra cosa importante, e qui torniamo al punto di partenza. Il problema non è nemmeno il cosa, si tratta del tempo.

Raccontare chi sei stato, cosa sei, o cosa sarai? E c’è davvero spazio per il passato?

Raccontarsi è questione di passato, presente o futuro?

Sintetizzando il mio confuso interlocutore è sempre di tre tipi.

Il tipo del passato
Mille esperienze messe giù una dopo l’altra, collegate solo dalla continuità del tempo. E’ stato questo, è stato quest’altro, ha fatto anche questa cosa. Qualcuno si racconta spesso usando anche la parola ex, e per me questa cosa rappresenta un delitto.
Tra questi molti sono overantaoverqualcosa, e si sentono maledettamente a disagio nell’etere. Si guardano intorno vedono tutto nuovo, si guardano solamente indietro. Si sentono vecchi.

Cos’altro dire? Di cos’altro poter parlare se non del passato?

Il tipo del presente
Ma non è la cosa peggiore, la cosa più pericolosa e così poco interessante è un’altra: è il tipo del presente.
Chiedo “cosa fai?” e spero si capisca che è una locuzione abusata e che vuole dire più di quanto dicano le due parole.
Loro, lui mi risponde sempre alla lettera. Qualche volta ho temuto mi dicesse “e niente, sto cagando!”

Il tipo del futuro 
Nemmeno il tipo del futuro è seducente anche se potrebbe sembrare. Si proietta in tutto ciò che fa domani ma non lo fa mai. In realtà dovrei chiamarlo il tipo “del domani” o il tipo “del mi sto preparando”.
Non c’è nulla di male, lo facciamo tutti ma mi piacerebbe sapere anche come ci arrivi, da dove parti, cosa stai davvero facendo? Non sono dettagli.

Questi tizi mi fanno davvero paura, spesso mi parlano di progetti. Progetti di che? Come? Da dove? Con chi?
Dovrei davvero iniziare a fare un mucchio di domande ma quasi sempre mi difendo pensando ad altro, tipo “cosa mangiare oggi a pranzo” o cosa ho mangiato ieri a cena.

Le storie delle quali c’è bisogno e perché c’è ne è bisogno (in che tempo parlano?)

Digressione utile e fondamentale: di cosa stiamo parlando.

Non sono uno scrittore e non lo sono i miei interlocutori, non lo sei tu, non lo è il 99% della popolazione mondiale. Non stiamo parlando di questo. Parlo semplicemente di storie. Ma bada che non parlo nemmeno di storytelling, mi da ai nervi solo la parola.

Una storia è un semplicemente un po’ di te che concedi al tuo interlocutore. Un motivo valido per fidarsi, per entrare in contatto, per creare empatia e fiducia. Un barlume di motivazione per non essere ignorato.

Oggi, soprattutto on line ma non solo, non è roba da poco; l’attenzione è ai limiti storici. Si parla delle incredibili opportunità del digitale ma spesso non si fa i conti con la moltiplicazione della concorrenza. Non solo di lavoro ma anche del brusio, del rumore, della confusione e dei cacciatori di attenzione, cioè noi tutti.

Su questo c’è una corposa letteratura alla voce content shock – il senso è che per ottenere attenzione bisogna rubarla a qualcuno che ce l’aveva o se l’era conquistata.

Insomma una storia, comunque tu voglia intenderla, è più di un esercizio di stile. E’ l’essenza e la strada da seguire per farsi spazio senza sgomitare; forse è l’unico modo rimasto. Se ti sei perso, volendo avere un qualcosa di pratico a cui pensare, una storia è:

• la tua about page
• la tua headline, il tuo summary su linkedin
• ogni tuo benedetto post sui social (si lo so si fa fatica a crederlo) 
• ogni benedetto articolo di un blog
• persino ogni mail di presentazione

#Now (un modo per raccontarsi bene!)

Ho scoperto che alcuni siti non hanno una pagina about, su di me, chi sono. Hanno una pagina NOW. Adesso. In questo momento.

(il sito in questione lo trovi qui e puoi anche aggiungere la tua pagina now…)

Cosa stai facendo adesso e chi sei in questo momento ma credo abbia senso dire anche “cosa stai cercando ADESSO di diventare domani”.

E’ una grande idea, un’idea potente e può essere un ottimo modo per raccontarsi in modo efficace. Soprattutto mi sembra la cosa più intelligente si possa fare!

Fermarti a riflettere e provare a raccontarti in modo onesto. Ogni volta che lo fai, se lo fai davvero, scopri qualcosa di vero su di Te. Forse stai raccontando, provando a raccontare una storia che non è davvero la tua. Forse stai vivendo una vita che non è la tua, o non volevi lo fosse. Forse stai semplicemente perdendo tempo. O forse invece non va così male come credevi.

Il primo punto è dunque DEFINIRSI E CAPIRE. Il secondo punto, il secondo vantaggio di un esperimento del genere è far capire agli altri, far avvicinare gli altri.

Se ci pensiamo siamo continuamente impegnati nell’apparire interessanti ma dimentichiamo un particolare: interessa relativamente poco il passato, intendo dire tutto il passato che non ha impatto e significato oggi o domani.

Le telefonate iniziano sempre con “che fai” e meno con “che hai fatto ieri?”. Di sicuro si parla poco, si vuole parlare poco, una domanda che non viene in mente a nessuno è “che hai fatto 3 anni fa?”

Con questo non voglio dire che il passato è passato, che sia da buttare, avrai capito che me ne guardo bene. Il passato è prezioso, è esperienza, è formazione (ci ha formato), il passato ci ha portato ad oggi.

Ma NOW è più potente. Non si tratta di un secondo o di un giorno ma racchiude:

  • il passato significativo che sta condizionando l’oggi
  • il futuro che stai cercando di plasmare

NOW, WOW!!!

L’inbound marketing del quale si parla tanto, è semplicemente questo: parlare con persone che non siano prevenute, non avere la necessità di interromperle e rapirle ma avere qualcuno così interessato da starti a sentire.

E questo si conquista con l’empatia, con le grandi storie, con le storie che quasi sempre riguardano NOW non il tuo curriculum, le definizioni professionali o l’università frequentata.

Lasciamo in pace anche il golden circle di Sinek se deve portare ad una dichiarazione stereotipata. Evitiamo di emulare Mr Wolf ed a parole “aiutare” il mondo. NOW IS WOW.

In linea di massima già il riconoscersi è un ottimo punto di partenza. Questa storia riguarda più l’ affinità che l’ affidabilità.

Come ha scritto anni fa Seth Godin: una porsche del 1964 è meno affidabile dell’ultimo modello di Honda Civic. Però le persone sognano e vorrebbero guidare quasi sempre una Porsche.

L’affidabile, il “prevedibilmente noioso”, il “professionale” che ormai indica piatto come tutti gli altri, tutto questo insomma tira poco.
Come in quella scena del film 21 che mi piace molto e del quale ho già parlato: ci vuole qualcosa capace di stregare il tuo interlocutore. Straordinario si ma non artefatto o incredibile.

Oggi ciò del quale abbiamo bisogno è qualcuno con un passato (significativo) che sappia guardare con entusiasmo al futuro.

Insomma non c’è bisogno di una trama così avvincente da poter sembrare un film, non c’è bisogno di uno stile impeccabile nell’esposizione. Direi che non ‘c’è nemmeno bisogno di fare così tanta attenzione – “per diamine è una storia, non fissione nucleare!” (cit)

Già è solo la tua storia, l’importante è che sia davvero tua.