#Twitter280, gli indignati, gli incompresi, e quelli che non hanno capito

By Davide Cardile

Ott 03

Dal momento che nel mondo non ci sono cose interessanti delle quali parlare, che noi, noi persone, riusciamo a comunicare e vivere molto bene, l’annuncio di twitter ha catturato l’attenzione generale.
Il primo punto è che passare dai famosi 140 caratteri a 280, significa snaturare il social. Significa cambiare. E cambiare? Che cosa brutta…
Il secondo punto è che quando succede qualcosa che non ci tocca, o della quale, non ne sappiamo abbastanza, l’istinto più forte è quello di parlare.
Il giornalismo in questo raggiunge picchi eccelsi. Ne parlo spesso anche a proposito di LinkedIn: il 90% di chi scrive sui “grandi giornali” a proposito del social del lavoro non sa neanche come è fatto il feed. Anche per twitter è più o meno così; o meglio, I giornalisti forse trovano nei cinguettii il modo più congeniale di comunicare ma non basta per conoscere appieno le dinamiche di un social e del social, della comunicazione digitale. Ma questa è una digressione che ci porterebbe lontano.
Ad ogni modo la cosa paradossale è che Twitter è dato per morto da tempo. E dunque un cambiamento potrebbe rappresentare solo il tentativo di un salvataggio. Delle due l’una:

  • o è una genialata e dunque si salva
  • o precipita una volta per tutte e ci siamo tolti il pensiero

La terza è: perché allora ne stiamo parlando con tanta insistenza?

In realtà non è vero che stiamo parlando di Twitter

Le argomentazioni con le quali Twitter ha annunciato i 280 caratteri sembrano avere un qualcosa di logico: in alcune lingue la sintesi (ma anche l’economia dei caratteri) è naturale, in altri forzata. In un certo senso è un’operazione democratica. Ma soprattutto risponde alle esigenze comuni. Esigenze che si possono leggere in:

  • Frasi che finiscono in aria
  • Frasi che continuano per 10 o 15 tweet
  • Immagini allegate con altre 500 parole
  • Screenshot
  • Video >> perché 140 caratteri non bastano

O nell’usare twitter come un’agenzia stampa. Una cosa tipo “ho tanto da dire che qui non posso…vai sul sito, o su facebook e leggi” La vera brevità è invece cosa da pochi. Da star del luogo comune e della battuta veloce, velocissima. O da fake con grande senso dell’umorismo. Come il grande Boskov (non vero Boskov, solo piccolo omaggio a saggezza di grande mister)

L’equivoco della brevità (forse…)

Twitter è allora il pretesto per parlarne, per tornare a discutere se breve è meglio. Se brevità è sinonimo di intelligenza o efficenza, o entrambe le cose.
Mi ha colpito, e non positivamente, un video di Gianluca Nicoletti su La stampa.
Dice Gianluca: “Twitter raddoppia, si potrà scrivere fino a 280 caratteri. Dopo anni di annunci ora è iniziata la reale sperimentazione del cinguettio prolungato. Chi ne avrà vantaggio? Naturalmente quelli che hanno poco da dire, che hanno pensieri omologati, che sentivano bisogno di spazio ulteriore per argomentare il nulla del loro non pensiero. L’opulenza di spazio espressivo non favorisce l’intensità del concetto espresso. La forza di Twitter era l’allenamento che imponeva ai suoi utenti a cercare le parole più efficaci per lasciare tracce di sé, in un fiume di punti di vista di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza. Il raddoppio è sicuramente democratico, lo slogan “più caratteri per tutti” renderà ancora più facile l’illudersi di avere un carattere e poter esprimere opinioni originali.”
Il messaggio che è arrivato a me, pur ammettendo che io possa essere strano, è che “quelli che hanno poco da dire…parlano molto (o usano molte parole).”
Il che potrebbe essere vero e di sicuro è sexy dal punto di vista concettuale. Solo che sa terribilmente di luogo comune, suona allo stesso modo di certi slogan elettorali, o delle aziende che hanno sostituito “Leader” con “risolviamo I tuoi problemi”.
L’equivoco della brevità è che bisogna essere brevi. Ed invece brevità significa usare parole non necessarie, non necessariamente meno parole.

Il bisogno di tante parole potrebbe invece essere giusto

Le 6 regole di George Orwell a proposito della “buona scrittura” terminavano con un magnifico “Infrangi pure tutte queste regole se la scelta è di dire qualcosa di barbaro”
Il che ricorda, o dovrebbe farlo, che il fine è capirsi, suscitare qualcosa nel lettore (o in chi ascolta) e non impressionarlo o sentirsi intelligente. Ricorda insomma la regola aurea della comunicazione e forse della vita “Mai dire mai. Sempre evitare sempre. Salviamo le eccezioni.”

Come si scrive un abbraccio

Infine (questo pezzo sta diventando talmente lungo da sentirmi stupido) c’è da ricordare il significato che hanno assunto le parole nel mondo digitale.
Ci permettono di relazionarci a distanza di km e km, a volte senza neppure poterci guardare in faccia, ed è chiaro che debbano acquisire più forza. O che sia, a volte, preferibile dissipare dubbi e fraintendimenti.
Poi c’è da considerare che le parole, tranne pochi contesti, non sono un esercizio di stile ma un’esigenza umana. La necessità di raccontare e raccontarsi. La necessità di ritrovarsi in una storia altrui.
E ci sono cose, tempi, luoghi, e sensazioni che è giusto spiegare bene. Volte in cui per spiegare un abbraccio e non potendo abbracciare il tuo lettore, devi fargli sentire proprio il caldo che si prova. Riuscire a far vedere che negli occhi brilla sincerità o affetto e non minaccia.
Oppure non devi fargli capire nulla. C’è solo una storia da raccontare ma ha bisogno di particolari perché chi legga possa trovarci qualcosa di buono. O ancora, potrebbe persino non avere un senso. Perché è lecito scrivere anche per capirsi più che per farsi capire.
O insomma breve o lungo non è il problema. Bisogna scrivere bene, qualunque cosa o stile pensiamo che lo sia.
Il vero pericolo non è breve o lungo ma avere qualcosa da dire.

Perché alla fine ha ragione Guzzanti:

“Abbiamo questo media, abbiamo la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni in un microsecondo, mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del Pianeta, ma il problema è: Aborigeno... ma io e te... che cazzo se dovemo dì?».

p.s. ha usato più di 245 caratteri 🙂

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