Virale: una volta si diceva delle malattie ( ed oggi non è così diverso)

By Davide Cardile

Set 05

Dopo qualcosa tipo 5 minuti di silenzio, un’eternità, il medico disse “Signora, è virale”. Ed io anche se a quell’età le parolacce non mi sognavo nemmeno di dirle, dissi tra me e me “Cazzo è virale. Adesso muoio”.
Come è evidente non sono morto ma quel giorno non potevo ancora saperlo, e “Virale” per me significava…beh non sapevo esattamente cosa significava ma non lasciava presagire nulla di buono.

A distanza di quasi 30 anni mi ritrovo a combattere con quella strana parola.
Virale, che si diffonde con estrema facilità, da persona a persona, solo che adesso stiamo parlando di social, di web. Virale che è il sogno di molti, il vanto di pochi, l’incubo dei restanti che si trovano tra cose del tipo “ma no davvero?”

Virale ha ancora un brutto significato (o lo sta assumendo)

Alla luce di quanto succede ogni giorno, di quanto abbiamo visto la scorsa settimana, di aziende che si pubblicizzano cavalcando l’onda dello scandalo, senza alcun rispetto per la legittimità del dolore altrui, mi sembra ovvio che virale non è niente di buono.

Mi sono già espresso sulla “geniale” pubblicità di Taffo; la mia opinione è perfettamente identica a quella espressa qui (sopra) da Paolo.

Mi torna un pensiero letto all’università in “Tomb Raider ed il destino delle passioni”. Gli autori, che erano anche i miei docenti, sostenevano che l’uomo è sempre attratto dal peggio ed è avido del peggio. Le argomentazioni erano dure ma “condivisibili”. Guardiamo spettacoli al limite dell’impossibile (la formula uno, sport estremi, una volta i gladiatori…) non perché i nostri eroi potranno vincere ma perché potrebbero perdere e potrebbe succedere qualcosa di orrendo. D’altronde incidenti motrali ed immagini shockanti sono garanzia di viralità.

Qui si potrebbe aprire un dibattito lungo lungo ma non è questo che intendo fare. Il punto è semplicemente capire, non da spettatori ma da attori, se vale davvero la pena di inseguire questa celebrità che ha lo stesso nome delle malattie.

Virale non è garanzia di successo (di vendite)

Alla fine, a proposito di virale (e della ricerca della viralità) mi viene in mente solo una cosa: probabilmente stiamo parlando di niente, niente di così impattante come vogliono farci credere.
Mi viene in mente una riflessione di Mark Schaeffer (ne parlavo qui) ed una domanda che quasi ogni volta chi è sui social (anche con discreto successo/quasi virale) si è fatto:

“Grazie per i vostri like, i commenti generosi ed altre cose. Solo una domanda: perché non comprate?” Click To Tweet

La morale: virale non è garanzia di successo, non in termini di vendite e mi sembra che alla fine quasi tutti puntiamo a questo. Perché allora sacrificare la decenza e la reputazione all’altare del “purché se ne parli”?

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I social, il cambiamento, la crisi, il lavoro, l'esigenza di raccontarsi ed il rischio di deformarsi. Siamo pixel in crisi ma può essere una grande opportunità. Potrebbe essere il periodo migliore della storia per fare qualcosa di Grande: vivere felicemente vulnerabili, e finalmente Veri.

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