Cosa sai fare vs cosa puoi fare vs cosa vuoi fare

Leggevo ieri Paul Graham quando mi è arrivato un fendente che mi ha lasciato tramortito e scaraventato in una giostra di pensieri, non tutti ordinati e felici.

“Meglio fare soldi e magari essere cool che essere cool e magari fare soldi”.

Non è niente di così nuovo e in fondo mi è stato detto sin da quando ero bambino, e ricordato ogni singolo istante dei miei primi “14 anni lavorativi” dalle persone che tengono a me.

Non è niente di nuovo ed è una storia che conosciamo ma il problema, con le storie, è che non ce ne è mai una sola. Le storie che ci raccontano e ci raccontiamo si sovrappongono confusamente e lasciano a noi l’arduo compito di scegliere quale ascoltare e dunque raccontare.

E dato che siamo, anche fortunatamente, fallibili umani dotati di passione e pregiudizi, la scelta non si orienta sempre verso il meglio. Tendiamo spesso verso il “buono”.

Una hýbris, per certi versi, positiva, notevole, lodevole, entusiasmante. Ma anche parecchia pubblicità che ci fa credere sia davvero così.

Cool

Non ricordo bene quando cool sia entrato nel mio vocabolario e in quello di milioni di persone che dividono con me questo tempo e questo spazio. E non so neanche se davvero tutti usano questa parola per pensare all’elettrizzante novità e all’effervescente modo di fare le cose in modo diverso e divertente.

Qualunque parola possa descriverlo – continuo a dare per buona cool – è indubbio che negli ultimi 15 anni e negli ultimi 5 vertiginosamente, si sia diffusa la storia che si possa vivere senza fatica, al massimo delle proprie potenzialità e oltre quello che appare il destino scritto.

Anche in Italia, noi che il sogno americano lo avevamo vissuto solo nei film, abbiamo iniziato a pensare che sognare non solo non fosse da polli ma fosse invece doveroso e intelligente – smart!

La storia si è diffusa con e grazie ai tratti del mondo digitale: poche barriere o nessuna all’ingresso, spazi dilatati e infiniti (come un nuovo West da conquistare), scalabilità, tempo relativo.

Testimonial della nuova conquista: ragazzini ancora a scuola, pasticceri e chef divenuti star, onesti lavoratori divenuti businessman, casalinghe e casalinghi divenuti influencer.

Ma anche in piccolo, senza voler per forza provare l’ebbrezza della suite imperiale, si è fatta forza l’idea che fosse tutto più facile e più veloce. O che potrebbe esserlo.

In altre parole, senza dover entrare in dinamiche che tutti conosciamo bene, l’idea che ci ha conquistato è quella di una vitalavoro cool.

Fresca. Nuova. Insolita. E perché no, felice!

Chi e perché prima del cosa, Buono non è Grande

In Good to great, un pezzo a priori fantastico, Jim Collins spiega chiaramente che buono non è grande. E in un passaggio, siamo nel 2001, inizia a tracciare gli elementi di una storia che oggi conosciamo sin troppo bene.

Jim dice che le grandi aziende, i grandi leader, iniziano con chi prima di delineare una destinazione. E non si chiedono “cosa” se non sanno prima chi.

Dice anche che “I Grandi” sono più come i ricci che sanno una sola grande cosa e non come le volpi che ne sanno tante piccole.

Il discorso è chiaramente molto più complesso ma, saltando alla storia recente, mi pare si completi alla perfezione con l’idea di Sinek e dello start with why.

Dov’è il problema?

Per noi comuni mortali, per chi ha un’azienda di appena una (o anche due, tre, dieci) persone, un’idea formulata sul chi prima del cosa e del dove, un’idea basata su un grande perché, più che grande risulta semplicemente Cool.

Il rischio, mi pare molto comune, è pensare Grandi Cose e farne di piccole.

Il rischio, mi pare avesse ragione Paul, è impegnarsi al massimo per essere cool e magari, incidentalmente, fare soldi.

Non che i soldi siano tutto

Non mi sono svegliato stamattina ricordandomi che sia solo e sempre una questione di soldi. Sto semplicemente ragionando su questa storia chiedendomi quanto possa essere cool una qualunque attività imprenditoriale che prescinda dalla generazione, ordinata, di un utile.

E non perché sia tutta una questione di soldi – preciso ancora – ma solo perché i soldi sono, in una qualsiasi attività imprenditoriale, spesso il primo grande sintomo di un’idea davvero buona. (o Grande, se vi pare…)

p.s. Ho detto spesso, non sempre.

Cosa, posso, devo, vorrei, vorrebbero

Se adesso torniamo con i piedi per terra, come chiunque si prepari a un grande salto, ci rimangono domande più semplici e più concrete.

Cosa posso fare

Uno sguardo in casa ed uno fuori. Uno alle proprie competenze ed uno alle domande che il mercato sembra lanciare.

Cosa vorrei fare

Di tutto ciò che posso fare cosa mi farebbe stare meglio?

Domanda pericolosa perché potremmo saltare a piè pari nel cool…

Cosa dovrei fare

Adesso che so cosa voglio fare di ciò che posso, cosa devo fare realmente e ogni giorno per arrivare al risultato?

Appena tre domande.

Di quelle facili, banali, scontate, stupide. Un approccio alla risoluzione dei problemi degno di un bambino al quale hanno chiesto “se aveva 10 euro e ne ha spesi 4, quanti soldi le rimangono?”

Eppure, specie in questi tempi di abbaglio digitale, è terribilmente difficile fare i conti. Specie se vuoi che il risultato non solo sia giusto ma anche felice.

Insomma, è un casino. O una grande storia.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.