Spinte e spintoni digitali

L’immagine di sopra, scelta per la copertina di questo post, è tratta da una scena di Cinderella Man. Un film che tra le pieghe del classico viaggio dell’eroe, racconta una situazione che molti non hanno mai vissuto. Mi correggo. Una situazione che molti non hanno vissuto nella versione originale ma che tutti, chi più chi meno, viviamo nella nuova versione in salsa social.

Ti svegli, prendi il tuo carico di disperazione (o avidità) e ti ammassi lì a quel cancello dove qualcuno, per due soldi, ti assicurerà la giornata o, per quattro soldi quando va bene, ti permetterà di cenare in un ristorante più o meno lussuoso o comprare un nuovo videogame ai tuoi figli.

L’accento però non è sull’aspetto monetario.
Esiste un chiaro problema di svalutazione del lavoro, questo è chiaro. Esiste un mercato di estrema e globale concorrenza, di tutti contro tutti, in cui chi compra può farlo sempre alle sue migliori condizioni e alle peggiori di chi di lavora.

La Gig Economy è fatta di questo e le sue dinamiche colpiscono anche chi potrebbe pensare di non farne parte – professionisti anche nei più “rispettabili campi” e cercatori di lavoro tradizionale. Ma l’inquietante è più il modo in cui domanda e offerta sembrano incontrarsi. Più inquietante c’è il fatto che una volta che qualcuno ha iniziato ad accettare che sia così, lo abbiano fatto in tanti e poi tutti.

Io e te non vorremmo e non volevamo.

Però se il mondo inizia a dire che una cosa si fa così, il rischio di contraddirlo è, almeno razionalmente, quello di essere tagliato fuori. Un esempio che penso tutti conoscano è quello del buffet.

Tu non sei quello che si butta sul banco come se non ci fosse un domani e che in un piatto fa entrare gli involtini di melanzane con sopra le cozze e il salame. Però se gli altri fanno così ti tocca anche farlo. Oppure non mangiare.

E così inizi a farlo anche tu. E poi ti senti di consigliarlo anche ai tuoi figli e a chi ti sta vicino. “Vai, andiamo. Prima che finisca tutto. Mi raccomando”.
E partono così spedizioni punitive verso l’incolpevole buffet.

In realtà in queste situazioni puoi anche tirarti fuori. Accetti di non mangiare e maledici chi organizza le serate in questo modo, etichettando tutti come incivili e barbari.
Puoi. A patto di avere comunque già cenato prima. O di poterlo fare una volta rientrato a casa.
Puoi guardare tutti dall’alto in basso e giocare la tua competizione quando i restanti giorni hai un pasto succulento.

Che poi è quello che succede nella scena del film di sopra. È una situazione meschina alla quale ricchi, benestanti, fortunati, chiaramente non partecipano.

Ora, vorrei dire che le cose funzionano così anche in questi tempi digitali, che cioè siano solo coloro sfortunati o all’inizio a spingere e implorare, ma non funziona.

Oltre all’indigenza, mi si passi il termine sincero, ciò che incide è anche e soprattutto: l’avidità, il futuro incerto che spinge a mangiare sempre e più possibile ovunque ne sia l’occasione, il fatto che anche gli altri ragionino in questo modo e che dunque diventa ancora tutto più urgente.

Poi, a complicare le cose (sì, è una storia molto complicata!), c’è il fatto che coloro che non riescono a mangiare al buffet, o varcare quel cancello, trovino l’unica alternativa possibile: spiegare agli altri come varcare quel cancello e mangiare a sazietà a quel buffet.

Nei fatti tutto diventa un grande buffet e un cancello enorme da superare. Cercatori di oro e minatori di pale (altra analogia splendida è quella di Stanford che si mise a vendere pale quando tutti cercavano oro rischiando la vita) giocano allo stesso gioco ma soprattutto con lo stesse regole.

Le regole? Fuor di metafora, parlando dunque di social e dintorni, eccone un paio.

Ridi, ridi sempre.

Ridi. Ridi sempre. Appari ogni volta al meglio delle possibilità ma soprattutto delle aspettative e degli standard. La vita per te è un lungo viaggio di felicità e di successo. Fai come se.

Parla, parla sempre

Da anni viviamo quello che Mark Schaefer ha definito content shock, cioè ci sono più persone che parlano di quante ascoltino e ci sono più contenuti di quanti una persona possa riuscirne a leggere e/o vedere. L’attenzione non è mai stata così rara e non è una di quelle risorse che si può generare o rigenerare.
Ma la cosa paradossale è che lo stesso Schaefer tempo dopo rivelò la formula per vincere in un mercato di questo tipo: il content shock.
Forse sembra scritto male ma la soluzione proposta è proprio questa. Se il mercato è saturo di contenuti, tu satura il mercato con i contenuti.
In altre parole: parla così tanto che sia impossibile non sbatterti sopra e, per la legge dei numeri, farti ascoltare.

Così scrive Mark in “How to use Content Shock to win in business”

Non so quanti abbiano letto il pezzo di Mark ma fanno, meno bene ed elegantemente, tutti così e suggeriscono tutti lo stesso consiglio: quantità, quantità, quantità.

Fa schifo ma fallo

Sono sicuro che a molti questa cosa non piaccia ma si torna al discorso di prima: se gli altri lo fanno non corri il rischio di essere tagliato fuori?
Alla domanda mi pare si risponda sospendendo il senso critico e andando avanti per inerzia giustificati dalla (non ragionata) mancanza di alternative e al ritmo di “così va il mondo”.

Ti vergogni ma fallo

Altra cosa della quale sono sicuro è che molti si vergognino di mettersi ogni giorno in mostra, specie se poi non si ha niente da dire e il messaggio suona come “Sono ancora io, oggi compri qualcosa da me?”

Fa puzza ma tappati il naso

Non è solo una questione di forma ma anche di contenuto. I trend sono: lavoro e mancanza di lavoro, andare contro il governo, andare contro i recruiter, andare contro i candidati impreparati, contro le aziende imbecilli, andare contro qualcuno.
Funziona ma anche qui nutro il dubbio che certe volte la puzza di queste cose sia insopportabile. Ad ogni modo… tu fallo.

Il fine giustifica il mezzo

Metti che in questo momento ti dica di alzarti e correre 100 metri nel minor tempo possibile. Ci sono due o tre opzioni: mandarmi a quel paese, mandarmi a quel paese e non farlo, farlo senza un motivo e percorrere la distanza in un tempo infinito e ben al di sotto della tua possibilità.
Il discorso cambia drasticamente se ti puntano una pistola alla testa o se ne va della vita di tuo figlio. In tal caso anche il più grande poltrone troverebbe forza ed energia per scattare e segnare il proprio record personale.
È il potere della paura. Ed è anche il più banale consiglio che trovi in qualsiasi testo di copywriting e comunicazione.

A quanto pare è anche il più diffuso.
Puoi trovare declinazioni in ogni ambiente: personal branding perché altrimenti non esisti, personal branding perché altrimenti non trovi lavoro, seo perché sennò la tua azienda chiude in una settimana, video professionali perché altrimenti fai la figura dello sfigato e tua moglie poi ti tradisce con lo youtuber, ads perché non ti vede nessuno e muori solo e povero, ecc. ecc. ecc.
Per lo stesso motivo, siti e spazi web sono diventati una collezione di cose urgenti da comprare e fare dove ne va della vita dei tuoi figli e dei tuoi cari.

Ps. A proposito: clicca su condividi se non vuoi ammalarti nel giro di una settimana
p.s. 2 Scherzo, non ci sono bottoni social su questo sito.
p.s. 3 Non ho niente contro seo, personal branding e ads. Il problema è nei modi.

Fingi che decidi tu

Qui è la vecchia storia della volpe e dell’uva. Con una doppia declinazione.
a) Non ci riesco a stare dietro a questo mondo dunque fa schifo e mi tiro fuori da ogni gioco.
b) Non voglio però essere tagliato fuori dunque gioco e… in fondo non è neanche così male.
All’atto pratico, per comprendere questo punto, basti pensare a come obbediamo ossequiosamente agli algoritmi. Link nel primo commento, menzioni selvagge, foto di impatto, foto al contrario, puttanate per acchiappare click. Tutto in nome di una visibilità che sembriamo poter comandare.

Esaspera. Esaspera sempre.

Negli ultimi giorni siamo riusciti a trovarci d’accordo sul fatto che Libero fa schifo. Prima contro i terroni, dopo contro i gay, in entrambi i casi contro la dignità e l’intelligenza.

Libero però è solo la punta di un iceberg, in questo caso quella più visibile e con più visibilità mediatica. Ogni giorno va però in scena lo stesso copione, anche se con meno diffusione, sulle nostre bacheche e sui nostri feed. Una scena fatta di esasperante esasperazione ed esagerazione. Non si può parlare di climax in quanto mancano i passi iniziali.

Fai (solo) perché ti sarà ridato.

Ogni tanto mi capita di rimproverare qualche amico o cliente. “Perché quel post?” “Perché quel like” “Perché ste markette?”
Quasi sempre la risposta è la stessa, anche se c’è chi lo spiega in modo diverso o più originale.
Viene tutto dal concetto di reciprocità. Dal fatto che le persone per natura si sentono obbligate a fornire sconti o concessioni agli altri se in precedenza hanno ricevuto favori o gesti simili. Il motivo è che odiamo sentirci in debito con le altre persone!
Quando Cialdini lo diffuse al grande pubblico (già il titolo “armi” doveva fare riflettere) divenne il principale mezzo di comunicazione e azione.
A conti fatti, oggi, in un mondo in cui per azione intendiamo anche un semplice like, è un susseguirsi di tentativi di fare sentire in debito il prossimo.

Fingi che non è colpa tua

Infine, anche se la lista potrebbe continuare e sarebbe potuta essere più esaustiva, c’è il fatto che non è colpa nostra. Almeno non mia e non tua. Forse di quell’altro.
Che poi è quanto succede con l’inquinamento, con i bambini che muoiono di fame, con gli incidenti sulle strade, con gli anziani lasciati soli, con le persone che si ammazzano nella solitudine, con il governo che è sempre quello sbagliato.
Non è colpa mia/tua risolve sempre la questione e non è necessario che sia vero. Basta crederci. E andare avanti.


Se stai leggendo oggi, 24 Gennaio, tutti staranno parlando di Navigator, la nuova figura per trovare lavoro varata dal governo. E ieri o l’altro tutti hanno parlato di Lino Banfi e dell’Unesco. E prima della morte di Marchionne. E domani o quando sarà del povero Michael Schumacher che si è spento troppo presto.
Non interessa realmente a nessuno ma ognuno ci troverà un’occasione per farsi vedere e farsi comprare, per varcare quel cancello e riempire meglio il piatto del buffet. Lo sappiamo. Non fingiamo di non sapere.

Oppure

Possiamo impegnarci a scoprire chi siamo, o ricordarlo, e tirarci fuori da questa competizione, almeno da questo genere di competizione.

Possiamo essere quelli che sognano un mondo diverso.
Che accettano che ci vuole tempo per conquistare qualcosa, specie se importante, ma non scendono a patti con le schifezze perché non riuscirebbero a sentirsi uno schifo.

Potremmo essere quelli che guadagnano meno, almeno per un po’, però preferiscono costruire più che crescere vertiginosamente. Oppure potremmo essere quelli che, senza mettere di mezzo i soldi, puntano solo a svegliarsi la mattina con un significato e coricarsi la sera con il cuore leggero.

Quelli che non si accalcano a quel cancello non perché non ne hanno bisogno o non farebbe comodo qualcosa in più ma perché sanno che per vincere dovrebbero spingere, fare male alle altre persone o anche solo martellargli le palle con bugie e altre cose delle quali noi in primis faremmo a meno.

Continuo a credere che il web non sia brutto e cattivo. A patto che adesso che le regole sono chiare e conosciute, si passi a giocare da artisti e infrangerle.

Non è un dovere, non è urgente. È solo una possibilità.

Forse quello che ci potrebbe salvare è semplicemente goderci la tecnologia per entrare in contatto con le persone, che ci piacciono e alle quali piacciamo. Per parlare. Forse meno ma davvero.

E forse non c’è altro motivo per parlare, scrivere, postare se non dire come ci sentiamo e cercare qualcuno con il quale chiedersi insieme dove stia andando il mondo.

Dove sta andando il mondo?

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35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.