Il momento zero

L’intera storia umana è fatta da disuguaglianza, tra persone più o meno fortunate, da padroni e schiavi. Ogni innovazione ha sempre accentuato il problema aumentando il divario a dismisura. C’è persino chi attribuisce all’agricoltura, tappa fondamentale del percorso umano, la causa di tutto.

Sino a quando gli uomini erano raccoglitori e cacciatori non c’era grande possibilità di accumulare ricchezze e c’era una fondamentale uguaglianza, ogni giorno ricominciava il processo di sopravvivenza. Con l’agricoltura invece è iniziata la distinzione che conosciamo, tra chi aveva molto e chi poco, tra chi doveva lavorare per sopravvivere e coloro che guadagnavano persino non facendo nulla. Un altro aspetto è che nel momento in cui appena un quinto della popolazione fu in grado di coltivare cibo a sufficienza per tutti, iniziò il processo di specializzazione, si avviò quello spettacolare processo di crescita e innovazione, ma anche una sempre più forte competizione.

Andando avanti veloce siamo dunque arrivati a re, governatori, dittatori, classi agiate e classi meno agiate, poveri, schiavi, caste. Sino al punto, in realtà molto più di uno, nel quale coloro che erano finiti ai margini si sono ribellati o hanno provato a farlo. Persino gli ultimi decenni sono stati una corsa alle pari opportunità, pensiamo alle donne ma non solo. Ma pari opportunità ed uguaglianza non sono esattamente la stessa cosa. O forse sì.

Il punto è che, tranne in alcune visioni utopiche o tremendamente radicali, l’uguaglianza e la mancanza di competizione non serve a nessuno, oppure è probabile ci avrebbe fatto rimanere a scaldarci sfregando due pietrine — o guardando la Rai! La vera uguaglianza, ciò che l’uomo ha sempre e giustamente cercato, ciò che in teoria tutti abbiamo chiesto, è avere pari diritti ed opportunità. Una situazione che per noi “moderni” è in qualche misura stata rispettata ma che ha sempre avuto il beffardo carattere della formalità. Per comprendere è utile questo esempio.

Immagina una società governata da una classe guerriera, dove il potere chiaramente viene trasferito secondo un principio ereditario. Ed immagina che un giorno gli stessi guerrieri si convincano che non sia più giusto. Un bel giorno annunciano che d’ora in avanti tutti potranno ambire a diventare guerrieri e ricoprire le più alte funzioni. D’ora in avanti i guerrieri saranno scelti non per nascita ma per merito. Cosa succede? Da una parte la scelta dei guerrieri porta uguaglianza, dall’altra è solo un uguaglianza formale. Dal momento che per combattere bisogna essere in buona salute, saranno solo e sempre le classi agiate, i figli dei guerrieri, ad avere la meglio.

Ciò, con le dovute proporzioni ed esasperazioni, è esattamente quanto abbiamo visto in passato. Tutti potevano studiare, tutti potevano votare, tutti avevano diritti, ma sempre pochi avevano possibilità. Un esempio che calza a pennello è quello delle donne, mentre l’aspetto rivoluzionario, ciò che sta succedendo anche oggi, può essere spiegato con l’introduzione della pillola concezionale.

Con l’introduzione della pillola, con l’estensione anche alle donne non sposate, negli anni ’70 si registrò un aumento significativo delle iscrizioni, da parte delle donne, in facoltà prestigiose come medicina e giurisprudenza. Nell’arco di pochi anni, in America, le donne che conseguirono un mba furono il 30% contro appena il 5% di qualche anno prima. Secondo Tim Hartford ciò fu possibile perché le donne per la prima volta ebbero il controllo, o come hanno rivelato più tardi alcuni studi “se una donna di vent’anni riesce a spostare di un solo anno la gravidanza, la sua capacità di guadagno aumenta del 10%”. Per quanto i dati siano basati sul “mondo” americano, è esattamente quanto si sarebbe verificato, in modo non contemporaneo, nel resto del mondo. Ed è significativo che un paese come il Giappone, che permise l’uso della pillola solo nel 1999 sia tra i paesi industriali con la più alta disparità di genere nel mondo del lavoro.

La pillola è una delle tante tecnologie che ha combattuto in modo più efficace la diseguaglianza. Ma ancora più importante è comprendere che l’uguaglianza non è data da riconoscimenti formali, o dall’appiattimento della competitività e dei vari vantaggi. L’uguaglianza è semplicemente una condizione di opportunità reali e concrete. La pillola che sta permettendo tutto non è una tecnologia ma la tecnologia, le idee sulle idee che hanno permesso a chiunque con una connessione di accedere a informazioni sin ora a vantaggio di pochi, comunicare e confrontarsi con il resto del mondo.

E ciò indipendentemente da cosa il fato, o la fortuna o la sfortuna, avesse previsto per lui. Un libro molto bello per comprendere cosa significhi questa rivoluzione è Entrepreneuring Pakistan dove l’autore racconta 27 storie di imprenditori pakistani che hanno sorpreso il mondo e raggiunto i propri obiettivi. In Pakistan, si in Pakistan, hai letto bene. Il messaggio che ne viene fuori, non solo da questo libro ma dalla storia di ogni giorno, è che la tecnologia ci ha slegati da ciò che doveva essere e ci ha regalato la libertà del fare. O dello sperare di poter fare, del provare. Di avere informazioni e possibilità.

Certo non sono solo rose e fiori. Per uno che riesce nei propri sogni ce ne sono migliaia, forse milioni che non ce la fanno. E allora? Non è sempre stato così? Non è lo stesso nel mondo della musica? Dello sport professionistico? Di ogni lavoro?

Ora o mai più

Il momento verità è anche il momento zero. Le informazioni che circolano in tempo reale, accessibili e sempre presenti, permettono finalmente di smascherare cialtroni e furfanti, premiano il merito più che la provenienza o la storia (storicità).

Per quanto sia triste, il fatto che un colosso come Blockbuster sia fallito a discapito di Netflix, è il manifesto del nostro tempo, un messaggio di speranza, uguaglianza ed opportunità concrete. Lo stesso è successo alla bottega del Signor Pino, per quanto debbo dire fosse una gran brava persona. Ed è successo, sta succedendo, con le librerie che non sanno rinnovarsi, con le imprese che hanno fatto il bello e cattivo tempo, con coloro che hanno sguazzato nel mercato protetti da un alone di disinformazione, scarsa competitività, monopolio più o meno formale.
Sta succedendo, e succederà, anche per coloro che da una posizione agiata (nascita, famiglia, paese, ecc.) pensavano di aver assicurato lo stesso brillante futuro dei propri padri.

Per quanto possa sembrare un discorso cinico si tratta di speranza. Chiunque oggi può cambiare il proprio destino, a dispetto di ciò che altri avevano pensato per lui, a prescindere da quale posto era stato pensato per lui. Il fatto che ci sia ancora tanta gente in basso non deve spaventare. La buona notizia è che non c’è alcuna necessità di rimanerci.

Nel momento zero un gruppo di ragazzini israeliani possono mettere in ginocchio un colosso come Nokia, grandi maestri possono essere battuti da due ragazzini sconosciuti, un tizio può fare cinema senza raccomandazioni. Nel momento zero si può fare tutto, tutto ciò del quale siamo capaci si intende. È qualcosa di spettacolare ed è garantito. Non dai titoli, da leggi, da formalità poco concrete, ma dal mercato, dalla crisi, dal momento zero nel quale tutti stiamo iniziando a muoverci.
Per certi versi non ci sono altri periodi della storia con tanta uguaglianza.
Non è solo una questione economica
Una delle migliori critiche al nuovo mercato ipermeritocratico delineato da Cowen, perdona il cinismo dell’autore compensandolo proprio con questo aspetto. In altre parole, sarà sicuramente vero che la tecnologia ed il nuovo mercato creerà un misero gruppetto di gente ricchissima e lascerà la maggior parte in uno stato medio e forse povero. Ma la ricchezza non è tutto, ed il successo non è quasi mai una funzione del possesso di case, cose, soldi. Non lo è mai stato e non è sicuramente questo il momento per cambiare le cose. Il successo, questo sì che è importante, può venire da mille altre cose. Può venire dall’avere tempo per accudire i propri bambini o i propri genitori, dall’accedere ad una cultura a portata di mano, dal confrontarsi con persone che condividono i nostri interessi, dal fare un lavoro normale in modo coscienzioso e soprattutto dal fare un lavoro, qualunque esso sia, in modo significativo.
Il momento zero è il momento in cui si inizia a correre per trovare il proprio posto nel mondo, il proprio scopo, e nessuno sarà ritenuto pazzo perché lo sta facendo, o perché sceglie di essere filantropo anziché imprenditore seriale. È un mondo nuovo nel quale i riferimenti sono ancora in fase di definizione e siamo liberi, ognuno è libero, di crearsi i propri.

Non c’è vergogna “nello sbattersi”

Quando è crisi, è crisi per tutti. E forse “la crisi” è proprio quello che ci voleva. Uno scossone del quale molti di noi avevamo bisogno. Segna la fine di una certa aristocratica indolenza, di una situazione nella quale tutto sommato si stava bene ma non benissimo. Nella quale avevamo una macchina che non ci piaceva e ce la facevamo bastare. Un lavoro pagato bene ma che non ci permetteva di stare con i nostri figli o in pace con noi stessi. Nella nuova corsa, nel nuovo mercato, in tempo di “crisi”, è più facile mettere tutto in discussione e mettersi in discussione; il motivo principale è che tutti lo stanno facendo o prima o poi dovranno farlo.
Nel 2012 i miei coetanei erano tutti più fighi e sistemati di me. Alcuni avevano già un lavoro che pareva solido, altri sembrava avessero avuto più fortuna nelle loro attività imprenditoriali, ma la maggior parte erano tranquilli di correre verso un futuro radioso. La maggior parte erano laureati e specializzandi, “masterizzati e masterizzandi”, tirocinanti in aziende leader e cose del genere. Ciò li metteva al riparo da qualunque obiezione e faceva sentire ancora più a disagio me che avevo solo un presente difficile e tormentato. In giro i “padri” erano ancora abbastanza sicuri di se, con i loro lavori pubblici o con le loro professioni già rodate. Agenzie di marketing, commercialisti, consulenti, commercianti. Continuavano a lamentarsi della crisi ma in realtà li vedevi comunque spendere e mangiare sempre al ristorante. Qualche anno dopo, diciamo intorno al 2015, la situazione iniziò a cambiare – o almeno a me è parso così. I miei coetanei non erano così felici come un tempo. Ne trovai qualcuno dietro un banco del supermercato perché alla fine assumono solo i raccomandati.
Altri a studiare come matti a concorsi che non avrebbero mai preso in considerazione. Altri sui social a maledire la crisi, il sistema, le politiche del lavoro… Ed i “padri”, intendo dire la generazione che gravita intorno al ’60 erano molto meno sicuri. Agenzie, commercialisti, manager, persero la loro spavalderia ed iniziarono a reinventarsi in qualche cosa. Chi non ci riusciva, andava ad ingrossare le fila dei depressi social.
La situazione oggi è ancora più chiara: siamo mediamente tutti poveri ed in difficoltà; e questa è una grande notizia. È un’ottima notizia. I sogni sono diventati razionali. Il bello della povertà diffusa è che date le alternative, data la situazione di chi non insegue i sogni, è diventato più razionale inseguirli. Se non hai il coraggio, il fegato, il cuore di fare della tua passione (non parlo necessariamente di uncinetto!) il tuo lavoro, cosa farai? Purtroppo sarai ugualmente in difficoltà, passerai mesi interi e forse anni a mandare curriculum o nella migliore delle ipotesi dovrai accontentarti di un lavoro pagato una miseria ed a condizioni spregevoli. Chi tra i due è più folle?
Il bello della crisi è un certo senso di dimestichezza e conforto nel vivere il disagio e le difficoltà. Dieci anni fa se eri in una brutta situazione eri guardato con sospetto o ti guardavi tu stesso con sospetto. Oggi? Oggi siamo tutti in difficoltà. Ci si fa cenni di approvazione, ci si offrono spalle e pacche sulle spalle per auto confortarsi e motivarsi. Oggi è crisi, crisi per tutti. I soldi contano meno. A dispetto di un consumismo esasperato, del Iphone X venduto a 1300 euro, sta prendendo piede una riscoperta della spiritualità e della sostanza. Stiamo finalmente cercando altro che non un giocattolo per sentirci felici. Ed è una cosa fantastica. Forse questa brutta crisi ci sta davvero dando una mano, una chance senza precedenti. Sognare, liberi di sognare, e liberi di sognare senza passare per pazzi.
E poi c’è il fatto che “rischio” è la cifra di questi tempi. Banca Etruria, il bail in, i diamanti falsi, la Grecia, la Spagna, quella bastarda guerra con i furgoncini… chi lo sa cosa succede tra due anni? Un mio amico si è fatto il mazzo per una vita e si è imposto come fotografo. Non era Corona ma aveva il suo giro in città ed ormai aveva entrate belle e consistenti. Precarie ma come lo è ogni libera professione. Due anni fa gli hanno proposto un lavoro in una grande azienda: 2700 euro, auto aziendale e tanti benefit. Non se l’è fatto ripetere due volte ed ha preso l’opportunità al volo. Sei mesi fa l’ho visto di nuovo qui e molto giù di corda. “Che è successo?” ho chiesto “Hanno venduto ad una multinazionale e ci hanno praticamente lasciati tutti a casa.”
Succede. E succederà sempre più. Il rischio ha bisogno di un nuovo significato, di vocaboli nuovi e nuovi modi di affrontarlo. Il rischio è quello di vivere una vita miserabile e non qualche mese o anno di miseria. Il rischio è fare ciò che non ti piace o fartelo piacere perché pare sia sicuro. Ma di sicuro oggi non c’è niente. E forse non c’è mai stato. Perché anche se abbiamo i droni che consegnano la spesa, i telefoni intelligenti e le auto che guidano da sole, la vita è ancora bella, imprevedibile e bastarda.
Ci sono ancora le malattie ed il medico di turno che anche se in difficoltà ti dice che tuo figlio sta male o sta morendo. O la macchina che sbanda e ti centra in pieno. O quei maledetti furgoncini. Chi lo sa cosa succede domani? Meglio pensare qui ed ora. E qui ed ora è crisi. Ma può essere un’opportunità.
Ok sei senza lavoro e devi trovarne uno. Cosa pensi di trovare? Vendite? Sarai a provvigione. Un fisso? Probabilmente sarà un lavoro da schifo. Sarà decente? Netti ti entreranno 1500 euro se va bene. E che ci fai? Cosa dai in cambio? Il tuo tempo, 8 o 10 ore al giorno. Ma anche svegliarsi ogni mattina triste ed incazzato, uscire anche quando fa freddo, non poter accompagnare tua figlia a danza o vedere le partite di tuo figlio. Te ne danno 2000? Ok e cosa cambia? Cosa potrai permetterti in più? Qualche cena in più al ristorante? Una vacanza con i soldi della tredicesima? Ah è questione di sicurezza? Sicuro? E a che vale? E se domani sbatti contro un palo? E se arriva un cazzo di furgoncino?
Sognare in tempo di crisi
Quando si parla di inseguire i propri sogni, in certi casi quando si parla di libera professione o imprenditoria, si pensa sempre che il costo sia fatto solo da sacrifici e mancanza di sicurezza. Quasi vero. Il vero costo è fatto di rinunce. Fondamentalmente sei il tizio che rinuncia volontariamente alla stabilità ed alla sicurezza. Non ti capita come una malattia ma lo scegli volontariamente. Ed è questo che frega le persone. Il senso di colpa. Come si sputa in faccia ad uno stipendio fisso o un lavoro stabile, o un tipo di lavoro (anche come imprenditore o libero professionista) che dia maggiori certezze?
Il senso di colpa. Il tuo e quello instillato dagli altri. Perché non è mica una malattia, non è un fulmine che ti ha beccato mentre eri in terrazzo, no, te lo sei cercato. Ma questo succedeva prima. Oggi è crisi. Oggi non ci sono più tutte queste possibilità ed alternative, non se parliamo di alternative in termini di sicurezza. Ed allora vanno via, o dovrebbero saltare tutti i sensi di colpa. A guardare ciò che succede in giro, a guardare la Crisi ed il nuovo mondo in faccia dovrebbe andare così. Bisognerebbe fermarsi e leggerglielo negli occhi: non c’e’ niente di sicuro. Ed allora forse verrà più facile scegliere i sogni, scegliere se stessi. Sentirsi autorizzati a vivere una vita piena e felice. Sentirsi anche slegati dai soldi. Sentirsi felicemente vulnerabili e dignitosamente miseri. Per un certo lasso di tempo o per tutto il tempo. Poco importa. Sono cadute via anche le illusioni: Grande e Subito.
È la storia del tizio che se ne stava in riva, ad un passo dal mare, occupato come a fare la cosa più importante del mondo. Ed in un certo senso lo era. Una ad una, prendeva una stella marina e la gettava in mare. Tin, clop. Tin, clop. Ed è la storia dell’altro tizio, quello intelligente che si stupisce di quanto gli altri possano essere stupidi, di quanto fatichino a capire e realizzare. Questa è la storia. Del tizio furbo che chiese a quello stupido cosa pensasse di fare. “Ci sono milioni di stelle marine solo in questa spiaggia. Cosa pensi di fare?” “Provo a salvarle.” “Si una, cento, forse perdendoci la giornata anche mille…ma non fa differenza”
Ed è la storia del tizio stupido che a sentirsi dire stupido ne prese una, la guardò come in faccia e la gettò in mare. È la storia del tizio che disse a quello intelligente “Chiedilo a quella se non fa differenza”. Questa è la storia: la mia, la tua, la nostra. Il bello della povertà diffusa. Il bello della crisi. Il momento zero, il miglior momento in cui pazzo non è chi rischia ma chi si accontenta. Il momento zero è adesso. Si parte. Se lo vuoi.

“Ci sono diversi tipi di libertà e ci sono parecchi equivoci in proposito. Il genere più importante di libertà è di essere ciò che si è davvero”. — Jim Morrison

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35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.