La (mia) Grande Differenza

Io quindici anni fa non c’ero. Nel senso che la mia vita sapeva di tutto tranne che delle battaglie quotidiane con le quali ho ormai fatto l’abitudine. Quando ad esempio nel 2004 apparve Facebook, io ero tra quelli curiosi ma non troppo e non mi vergogno di aver detto “figurati se dura!”.

Avevo 19 anni, ero al secondo anno di università, avevo un motorino arancione fluo, uno zip sp con il quale dividevo la mia vita, tre orecchini, un cane, e più di una ragazza. Andavo avanti e indietro come la vita fosse solo oggi e rispondevo a tutti come Rocky dopo aver resistito ad Apollo: “Futuro? Ma che diavolo me frega del futuro!”

Cinque anni dopo mi ritrovavo ad avere lasciato l’università e gli orecchini, con il lutto di un motorino fluo rubato sotto gli occhi, con un figlio e con responsabilità e problemi diversi da quelli che mi erano stati raccontati e avevo immaginato.

Ho smesso di pensare che i problemi fossero cosa mettersi la sera e iniziato a sostituirli con “come li compro oggi i pannolini?”. Ho provato a cercare lavoro senza essere preparato, aperto e chiuso aziende che mi sembravano grandiose ed immortali. Ho soprattutto compreso, ma ci ho messo anni, che magari aveva ragione mamma a dire fossi speciale ma questo non faceva comunque di me un privilegiato, cioè non avevo alcuna esenzione nel fare la coda e il percorso lungo.

Sembra una vita fa ma alla soglia dei 30 anni ho deciso che avrei dovuto fare qualcosa di diverso. Come in quelle vignette che condividiamo con tanto amore, mi sono fermato un attimo di fronte gli uomini che spingevano un affare strano, detto ruota, e mi sono chiesto se lo stupido non fossi io. Lo ero. Uno stupido illuso quanto impreparato.

Iniziai a scrivere nel web delle mie paure, dei miei sogni, delle mie insicurezze. Iniziai a seguire e chiedere lumi a i guru americani.

“Come si fa qui in questo mondo social? Come li spingo questi cazzo di articoli che scrivo?”

Le risposte erano più o meno tutte uguali, divise tra “lavora sodo”  e “spamma tanto”. Ascoltai tutte e due le campane per non sbagliare.

E iniziai non solo a lavorare duramente ma a cancellare quel senso di vergogna con il quale ero cresciuto. Su LinkedIn, l’unico social che sembrava capissi e mi capiva, iniziai a scrivere messaggi con link allegato, mani giunte, tanta attesa e tanta speranza.

C’era un tizio che più di ogni altri era la mia vittima designata. Aveva la testa rasata, un’aria rock, una magliettina nera.

“Ciao Sebastiano, ho scritto questa cosa sulla vendita e sul marketing magari ti può interessare…”

E lui rispondeva, gentile e senza tante storie come prometteva la foto del profilo.

E io continuavo: “ciao Sebastiano, forse ti interessa anche sapere come diventare un punto di riferimento per il tuo pubblico”.

E lui ringraziava.

Un giorno, in un momento di lucidità, mi chiesi se sapessi qualcosa di questo ragazzone così buono.

Mi recai sul suo profilo LinkedIn. Sì, mi recai, proprio come chi si trascina con paura e brutti presentimenti.

E infatti… Adidas, Lotto, Diesel, 6 libri…

Echheccazzo. Tutto attaccato e scritto male. Che figura!

Scrissi di nuovo all’uomo con la magliettina nera che non si dava arie.

“Ciao Sebastiano, sono ancora io. Ho comprato i tuoi libri, inizio adesso a leggere La Grande Differenza.”

Due anni dopo, nel 2017, Milionaire mi chiamò per un’intervista a proposito di LinkedIn. Mi chiesero 3 persone che a mio avviso valesse la pena seguire. Una era lui.

E l’indomani, alle 6:00 di mattina mi arrivò un messaggio: “Ciao Davide, posso chiamarti? Ti vorrei ringraziare.”

Parlai con l’uomo dalla testa rasata e dall’aria rock per 10 minuti. Ricordo poco se non tanti complimenti, tanti grazie e soprattutto una domanda precisa “posso fare qualcosa per te?”

Quel giorno iniziai a sentirmi ancora più piccolo di prima ma anche più forte e più maturo. Quel giorno avevo capito un paio di cose che i libri e i guru si erano dimenticati di dire:

  • Ringrazia sempre
  • Non c’è bisogno di apparire grande se lo sei davvero
  • Là fuori può sembrare un posto schifoso ma c’è sempre qualcuno che vuole darti una mano

Divorai La Grande Differenza e gli altri libri di Sebastiano – “Aveva ragione Popper” è ancora il mio preferito ed è vicino a me anche adesso sulla scrivania – e di tanto in tanto trovavo il coraggio per scrivergli e chiedere una mano. Poche cose concrete, in senso materiale, tanto di importante.

Una volta gli scrissi che non ce la facevo più e mi rispose che era una buona cosa: “è la pressione che rivela ciò che siamo, non quando le cose sono facili”. Non giurerei fossero queste le sue parole ma disse qualcosa di questo tipo.

Il 5 Aprile è tornata in libreria La Grande Differenza. L’autore non è più un nome su una copertina ma un uomo con il quale ho parlato ormai mille volte, che ho incontrato, con il quale ho mangiato una pizza e che mi ha persino ospitato a casa quando mi trovavo in zona. E quel libro non è più un titolo ma un invito forte e concreto.

Di seguito 3 idee che ho sperimentato in prima persona e con la fortuna di potergli stare accanto.

1) Non è vero che se vuoi puoi

È un suo cavallo di battaglia, ne ha parlato di recente al Nobilita Festival, a proposito di fate e guru, lo sappiamo tutti ma dobbiamo sbatterci il muso per capirlo.

Ho pensato per anni di essere più furbo della massa e di poter andare in prigione passando dal via. Ho pensato che i guru fregassero tutti ma non me che ero speciale. Ho pensato avessi qualche genere di esenzione per saltare la fila e la fatica.

E invece no, aveva ragione Popper: la vita è risolvere problemi. Aveva ragione Seba: “sei tu l’unico direttore marketing e padre spirituale della tua esistenza, se abdichi a questi ruoli abdichi alla tua vita.” Punto. E basta!

2) Fa schifo ma bisogna allungarsi

Nel libro c’è un capitolo dedicato: allungarsi oltre i limiti e le abitudini. Non è il solito invito a uscire dalla zona di confort ma ti spiattella in faccia che se non fai più degli altri e di quello che puoi fare, rimani sempre in basso.

Non c’è scritto nel libro ma credo sia qualcosa di simile a quel tale che disse “non fare il meglio di ciò che puoi ma il meglio di chi ti è migliore”.

Per farlo, a volte, quasi sempre, i muscoli ti tirano che ti verrà da piangere ma se vuoi davvero qualcosa non ci sono altre soluzioni.

3) Non esiste un percorso netto

Per anni sono rimasto paralizzato su questo punto. Non ho mai perso fiducia e ho sempre avuto un’altissima opinione di me ma mi sono spesso detto che ormai fosse andata. Avevo sbagliato troppo, avevo ormai giocato male le mie carte.

E forse è vero. È vero che molte delle mie carte le abbia giocate male. Solo che non è importante.

“Ho scoperto, purtroppo in ritardo su quando sarebbe stato bene, che il compito non è la linea retta, il foglio senza macchie, il maglione senza pelucchi.

Ma è invece quante volte sei capace di provare a ridisegnare quella linea, a girare l’attenzione su una nuova pagina, a levare i pelucchi dal maglione o indossarlo orgogliosamente, con tutti i pelucchi che non tirerai mai più via, che la tua vita non è una chiavetta USB che vuoti e riempi quando vuoi. É più una pelle, che si lacera e taglia e si rimargina, lasciando spesso il segno.”

L’unica cosa che conta

La nuova edizione de La Grande Differenza è un’evoluzione, non una rivoluzione. È il tentativo di contestualizzare a tempi nuovi ma non stravolgere. Quello che cambia, oltre a una copertina tutta nera, e che spicca, è il sottotitolo che presenta il libro.

C’è scritto: “Puoi essere più grande o più piccolo dei tuoi problemi. Ma per risolverli devi essere più grande”.

Quando Sebastiano mi disse che avrebbe voluto scrivere così, proprio sotto al titolo e in bella vista, risposi:

“Ho letto cose più originali ma poche così vere”.

E dire cose forti e vere, così come saperle quando affrontiamo le sfide quotidiane e cerchiamo di raggiungere gli obiettivi, è LA GRANDE DIFFERENZA.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.