Personal branding: chi vuoi essere per chi?

Jeff Bezos ha detto che il Personal branding è ciò che dicono di te quando esci dalla stanza. Rimangono però alcune domande: chi sono gli altri? Di quale stanza parliamo?

La visibilità è un concetto complesso e fuorviante

L’idea di fondo del marketing, del Pb, del vendersi al tempo dei social, si basa più su un concetto di buon senso che su altro: farsi vedere. Più ti fai vedere e più possibilità c’è che ti vedano. Più parli e più possibilità ci sono che le persone ti ascoltino.

Ora, questi “più” sono dettati nel mondo digitale da algoritmi. Se su un social abbiamo 100 follower, detta semplicemente, abbiamo più possibilità di chi ne ha solo uno, e decisamente meno di chi ne ha 1 milione.

Quando ci si trova a 1 o a 100, l’obiettivo più ragionevole è quello di arrivare a 1 milione.

Quando saremo a un milione, o a diverse migliaia, cambierà tutto. È più o meno questa la storia alla quale crediamo e che ci viene venduta continuamente.

E non è sbagliata.

È inesatta. È fuorviante.

Se l’obiettivo è avere più attenzione per vendere, al di là che si venda un prodotto vero e proprio, un servizio o un libro, la visibilità diventa un concetto secondario.

Qualche mese fa, ad esempio, fece molto scalpore la notizia della giovane influencer, Arii, che con ben 2,6 milioni di follower non riuscì a fare decollare il suo business. Per produrre la sua nuova linea, pubblicizzata in pompa magna e, apparentemente, apprezzatissima, occorreva raggiungere l’ordine minimo di 36 magliette. Significa che ad Arii sarebbe bastato “convertire” appena lo 0,000014%  del suo pubblico.  

Questo, al di là del caso specifico, è un buon esempio di come la visibilità sia solo un pezzo dell’ingranaggio.

Ci deve essere probabilmente qualcosa di più. C’è qualcosa di più.

Questo qualcosa di più è una storia di empatia, connessione, valore, significato. Tuo e degli altri. E di decisioni.

Gli altri

Teoricamente, le nostre idee, la nostra attività social, servono a farci conoscere e riconoscere dalle persone. Ad affermare ciò che siamo.

Nella pratica, è ciò che le persone apprezzano di noi, ciò che individuano come la vera essenza (ma potrebbe non esserlo affatto o non piacerci), che tende a “crearci”.

In altri termini: siamo ciò che le persone pensano di noi, ma possiamo scegliere a “quali altri” affidare la nostra storia.

Non sto suggerendo di perdere ogni forma di personalità. Sto solo dicendo di fare attenzione ai campi in cui scegliamo di giocare, ammettendo che gli altri hanno influenza diretta o indiretta su di noi.

Ho una storia vera e molto più semplice per spiegarlo. Anzi, due.

I

L’anno scorso in occasione di un evento di networking di cui ero co-organizzatore, ho provveduto a invitare personalmente, seppur via chat, una dozzina di persone, sponsorizzando poi l’evento tramite link nei vari post e articoli che ho condiviso in prossimità dell’evento.

La serata è stata magnifica ma ho fatto fatica a tenere testa a circa cinquanta persone che, ad ogni costo, ci tenevano a parlare con me, a raccontarmi la loro storia e a dirmi come si sentissero vicine alle mie idee. Lo ammetto: ho vissuto una serata da celebrità.

II

Situazione analoga alla precedente, a distanza di appena un mese. Stavolta, però, l’invito è stato veicolato tramite altri canali e non ho dunque né invitato né attratto persone del mio network o pubblico.

È stata una serata per me molto particolare. Ho dovuto passare la serata a rispondere a “e tu di cosa ti occupi?”, ritrovandomi in quella situazione, che per molti sarà anche familiare, in cui hai pochi minuti per convincere il tuo interlocutore della bontà della tua storia.

Quello che voglio dire è che la stessa persona in un contesto ha un valore e un significato completamente diverso. Puoi essere la superstar del paese e il più anonimo in città. E viceversa.

Puoi essere apprezzato e riconosciuto ad altissimo livello e ignorato in basso.

Puoi essere ignorato on line, seguito da pochissimi, ma avere credito nelle migliori aziende e nelle feste più cool.

I social hanno cambiato tutto. Ma anche niente.

I latini dicevano “Beati monoculi in terra caecorum” e, per quanto possa sembrare un invito alla mediocrità, cela la saggezza di sapersi scegliere il contesto.

Con implicazioni non soltanto legate all’ego o alle finanze.

Chi vuoi essere per chi?

Quando si parla di Personal branding, si tende sempre a vendere e sposare il concetto di celebrità, di autorità, di leader indiscusso in questo e in quel campo. Si tende a prendere dogmi del Positioning (il primo vince, il secondo resiste, tutti gli altri perdono) perdendo contesto e significato.

Quando si parla di persone, essere il centesimo esperto in un determinato campo spesso significa riuscire a vivere una vita più che decorosa, superare il fatturato medio del settore in cui si opera.

Quando si parla di persone, non tutti hanno l’ambizione di dominare il mercato e scalare. Molto spesso l’idea è solo quella di fare un lavoro che amiamo e dare significato alle nostre esistenze.

Per cui, la domanda più importante del Personal Branding è giusto una: chi vuoi essere per chi?

Con le seguenti domande aggiuntive, per chi volesse ragionarci con più attenzione.

Tu e gli altri: le domande per un posizionamento personale, sostenibile e redditizio

1.Chi sono oggi le persone che credono in te?

Come potrebbero esserti di aiuto oggi? E domani? Possono essere potenziali clienti? Sponsorizzare il tuo lavoro nel loro network?

Perché credono in te? Quali doti e competenze ti riconoscono?

Coincidono con quelle che ritieni fondamentali e caratterizzanti del tuo lavoro? E in futuro? Stai puntando su queste competenze o pensi appartengano al passato?

Cosa fai per mantenere la fiducia di chi oggi crede in te? Ti viene naturale? È un costo? Pensi di riuscire a sopportarlo? Per quanto tempo?

2. Quali sono le persone che vorresti credessero in te?

In chi credono oggi? Cosa puoi fare affinché credano anche in te?

Quando crederanno in te, cosa ti porteranno concretamente? Saranno tue clienti? Ti aiuteranno a crescere?

Quanto ti senti allineato con le persone che vorresti credessero in te e/o con quelle che oggi godono della loro fiducia?

Dovresti cambiare qualcosa del tuo carattere o scendere a patti sui tuoi valori per farlo?

Pensi di poterne pagare il costo? Per quanto tempo potresti riuscirci?

3. Se riuscissi ad arrivare dove vuoi arrivare…

Saresti davvero felice?

Sarà redditizio?

Quali persone ti ameranno? Avrà importanza per te?

Quali persone ti odieranno o ignoreranno? Come ti farà sentire?

La lista di sopra non è esaustiva e non funziona allo stesso modo per tutti. Ci sono persone che impersonano una parte e vanno avanti per anni. Altre, io mi sento tra queste, che non riescono ad essere e apparire, comunicare, diversamente da come si sentono di essere. Si tratta sempre di decisioni, più che valutazioni, personali.

Si tratta sempre chi vuoi essere per chi. Chi vuoi essere per te stesso.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.