Personal branding: non si tratta di piacere agli altri. Si tratta di fare pace con noi stessi.

Quando penso al personal branding, mi vengono in mente due colori: il giallo e il rosso. E un volto di quelli simpatici, con un mucchio di ricci spettinati in testa. E poi mi viene in mente una domanda: sei davvero tu quello lì? E ti piace?

Il giallo

Seth Godin, conosciuto ai più per “La Mucca viola”, il libro probabilmente più citato nel mondo del marketing, indossa sempre degli occhiali gialli sgargianti. Lo rendono la testa pelata più riconoscibile del mondo digitale.
Chiaramente c’è molto di più. Un dato su tutti: scrive da anni sul suo blog, ogni giorno, pillole di appena duecento parole, a volte meno, sul mondo degli affari al tempo dei social.

Il rosso

Jeffrey Gitomer è conosciuto come il re della vendite. È l’autore de “La bibbia delle vendite” e, naturalmente, de “Il libretto rosso del grande venditore”. Anche lui ha pochi capelli in testa – inizio a pensare possa essere un vantaggio competitivo- e un colore che lo contraddistingue: il rosso.
Con l’avvento del digital ha rafforzato ancora di più la sua riconoscibilità, marchiando ogni forma di comunicazione con il suo nome – Gitomer – e un rosso accesso. E rosso è anche il suo tono di voce: energico, passionale, esuberante.
Se penso al personal branding, mi viene in mente lui come pochi. Unico e inconfondibile.

Capelli ricci e spettinati

James Altucher si fa fatica a definirlo. È un blogger, un podcaster, un imprenditore con alle spalle successi incredibili e fallimenti clamorosi. È anche un grande maestro di scacchi e un giocatore di poker. È il tizio che ha passato un anno in giro con le prostitute per avere storie da raccontare, e che parla di suicidio, come se parlasse di calcio – nella sua storia racconta di esserci andato vicino.
Ho letto praticamente tutto di lui. Ha la capacità unica di tenerti incollato al pc o a un libro, anche se in ogni paragrafo ti rendi conto di perderti. La sua scrittura, anzi il suo modo di pensare è caotico. Lui è come quei capelli ricci e spettinati che ha in testa.
Per certi versi è l’anti branding. In un mondo in cui le persone affittano macchine costose in favore dell’immagine, lui riesce a presentarsi “male” quasi sempre.
Però è proprio questo a renderlo unico e riconoscibile. È anche il segno che Personal branding non significa creare un’immagine lucente bensì “autenticamente efficace”.

Altri esempi

Per passione e per lavoro, in questi anni ho studiato la comunicazione di migliaia di personalità di spicco nel mondo del digitale, della motivazione, del management. Ciascuno, intendo quelli che vale la pena studiare, hanno qualcosa di “audace”.
Ma audace in senso di coraggioso, non necessariamente di strano o sopra le righe.

Mi viene in mente ad esempio Leo Babauta, autore di Zen Habits, un blog che parla di scopo, significato e minimalismo, caratterizzato da un approccio zen e tinte buddiste.
Anche il caso di Babauta rientra in quello che si potrebbe definire anti-brand. Fatichi a ricordare il suo volto: un faccione simpatico, e, ancora una volta, zero capelli in testa.
Il suo blog non ha un colore. È, anzi, incolore. Zero immagini, zero enfasi, appunto, minimale.
Il suo tono di voce è a tratti monotono. Sembra l’amico saggio che non ride mai anche quando è chiaro sia divertito oltre misura.
Anche in questo caso, è la sobrietà a renderlo riconoscibile. E unico.
Ed è il segno che la riservatezza, la normalità, direi anche l’introversione, una volta ritenuti una contraddizione in termini rispetto al marchio personale, oggi possono essere la normalità e, a volte, vincenti.

L’altra metà della storia

Questa però è solo metà della storia riguardo il creare una propria identità, divenire riconoscibili, creare un marchio personale.
La comunicazione è solo metà del gioco.
Prima che qualcuno ti riconosca, c’è da prendere la decisione più grande: per cosa vuoi essere conosciuto? Da chi?
Si tratta di comprendere “chi vuoi essere per chi”.

È metà calcolo, metà cuore

Cosa prova una persona a indossare occhiali gialli sgargianti? Cosa prova, intendo dire, una persona “normale”, prima di divenire una celebrità?
Cosa prova una persona a raccontarsi in modo così intimo e viscerale come James Altucher?
Cosa prova una persona a mostrarsi così entusiasta e sicura come Jeffrey Gitomer?
E cosa provano queste persone, perché a prendere decisioni succede questo, quando metà del mondo ride di te, delle tue “scelte stravaganti” o addirittura arriva ad odiarti?

L’altra metà del personal branding è una storia dannatamente difficile. Perché è quella che riguarda noi, non gli altri.

  • A chi interessa?
  • A che serve?
  • Perché dirlo?
  • Chi sono io?
  • Quanto quello che sto dicendo può portarmi qualcosa di buono? E quanto quello che sto dicendo è allineato ai miei valori?

Quanto sono a mio agio e quanto sono a disagio con ciò che dico?

E, a proposito, è inutile nascondersi dietro la storiella dell’uscire dalla zona di confort, perché il rischio è di passare sempre nella zona di ciò che non ci fa stare comodi ma che non ci fa stare comodi perché non ci appartiene.

L’altra metà della storia è comprendere che l’esposizione, la visibilità, la strategia e le tattiche non possono mai compensare il senso e il significato delle nostre vite.

Perché, potrebbe anche essere che gli altri non se ne accorgano. E che questo ci faccia crescere e prosperare sul mercato.
Ma, prima o poi, arriva il momento in cui, da soli e con noi stessi, ci faremo la domanda: “Sei davvero tu quello lì? E ti piace?”

Il personal branding continua a essere descritto come l’insieme di tattiche e tecniche per piacere agli altri. Invece è solo un altro termine che indica il tentativo di piacere a noi stessi.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.