Riprendiamoci il contesto (gli stronzi invece continuino pure…)

Abbiamo rinunciato ad agganciarci al contesto. I social media distruggono il significato. Qualunque cosa tu dica sarà contestualizzata e interpretata dal modo in cui gli algoritmi, la massa, e un esercito di utenti falsi, che in pratica sono essi stessi algoritmi, incrociano questa tua dichiarazione con quello che dicono gli altri. Nessuno sa mai con precisione come verrà accolto quello che dice. 

Sono un paio di mesi che ormai me ne sto in disparte. Il mio ultimo articolo (pubblico) è di quasi oltre 30 giorni fa, i miei post sui social, prevalentemente LinkedIn, stanno perdendo intensità e frequenza. La scusa istituzionale è che sono molto occupato, che il lavoro mi assorbe così tanto da non lasciarmi forza e tempo. In realtà c’è un motivo diverso e più vero: sto mettendo in discussione un paio di cose.

Sto ad esempio mettendo in discussione questo nostro, mio, tuo e di loro, modo di comunicare. O meglio, sto razionalizzando il fatto che non si tratti di una strategia volontaria quanto di un meccanismo indotto e del quale non abbiamo più consapevolezza.

Per complicare le cose: i miei ultimi contributi “al genere umano”, diffusi via social, hanno chiarito alcune cose:

  • Alle persone interessa poco ragionare;
  • Le persone preferiscono qualcuno che condivida le loro idee, quelle con le quali sono d’accordo;
  • Le persone, mediamente, non capiscono.

Senza contesto, abbiamo perso in partenza

Un paio di esempi per comprendere di cosa intendo parlare.

1) Fatti forza…

Il mio socio ha scritto di recente un pezzo dove analizzava la vera situazione di chi si trova senza lavoro, condizione che conosce bene essendoci, seppur volontariamente, passato e avendone viste di brutte e di tragiche in qualità di Hr. Un pezzo che statisticamente ha registrato un fortissimo interesse, anche a vedere il numero di reazioni social, in particolare leggendo un centinaio di commenti, alcuni strappalacrime.

La cosa significativa è che, fatto 100, 90 messaggi, specie quelli privati, erano affettuosamente solidali e lo spronavano a non perdere la speranza… Ciò indipendentemente dal fatto che il mio socio (altrimenti che socio sarebbe?) abbia una società di consulenza e spieghi sempre e bene, anche nel pezzo in questione, che ha volontariamente lasciato il suo lavoro da Hr manager per mettersi in proprio.

2) Risicone…

L’altro giorno invece leggevo di una tizia che, forte di un post su LinkedIn con ben 17.000 visualizzazioni (esticazzi un ce li metti?”) si proponeva adesso come influencer o come consulente per coloro che si trovano senza lavoro e possono da lei imparare a rendersi visibili e trovare così opportunità – perché è cosi che funziona, no?

Ho dunque scritto un post, senza menzionare il genio in questione, cercando di fare riflettere sui rischi di messaggi di questo tipo. La cosa interessante è che molti, anche “qualificati”, hanno letto il mio messaggio come uno sfogo rancoroso…

Ciò indipendentemente dal fatto che, senza sentirmi orgoglioso di questo, io faccia da anni numeri mediamente più alti di quelli in questione e sia impegnato in progetti che mi piace definire un pizzico più avanzati del “oggi mi propongo come influencer”. Altra cosa interessante è che nessuno si sia preso la briga di andare a vedere di chi e cosa parlassimo (l’autrice originaria del post si è subito auto denunciata con un certo rammarico). Avrebbe scoperto ad esempio che probabilmente, dico probabilmente, si trattava di un profilo fake con tanto di foto presa su shutterstock, o che qualche mese prima la sua occupazione fosse “scommettitrice al casinò”.

3) Insensibile

L’altro giorno invece quel simpaticone di Leonardo Dri, riconosciuto per la sua capacità di essere fine pensatore e superlativo “antipatico”, ha iniziato un suo post fingendosi in grande difficoltà economica e supplicando che qualcuno lo ingaggiasse come consulente. L’obiettivo di Leonardo, bastava leggere il post per intero, era quello di fare riflettere in modo brusco sull’opportunità e utilità di “elemosinare lavoro e clienti” – argomento del quale ho anche io ampiamente parlato.

Anche qui abbiamo risvolti interessanti tra i quali un commento che diceva qualcosa di questo tipo “se fai l’amore per come sei simpatico, non meravigliarti di essere cornuto!”

La maggior parte dei commenti invece semplicemente non capiva o suggeriva, come nel caso del post del mio socio, di non mollare e mantenere viva la speranza.

Potrei continuare tanto da scriverci un libro. Potrei parlare ad esempio di persone che il giorno prima erano senza lavoro ed oggi aiutano a trovarlo, qualcuno neanche lo ha un lavoro ma è un grande dispensatore di consigli. O di chi non riuscendo a vincere in questo mondo social ha pensato bene di insegnare agli altri come fare – non perché sappia farlo davvero ma perché qualcosa deve pur fare e vendere un’idea è più semplice che mettere in pratica un’idea. O di chi alterna fendenti cattivi e poi organizza giornate per l’amicizia e il rispetto sui social…

Mi fermo qui, spero, dico spero, si sia compreso il senso.

Senza senso

Il senso è che senza contesto perdiamo e che i social, in genere il mondo digitale, vivono invece sul fatto che un contesto non ci sia mai.

Non è una mia idea originale ma un pensiero che mi trova d’accordo, espresso da Jaron Lanier in “10 ragioni per le quali dovresti cancellare i tuoi account social”, lui lo fatto davvero.

Quello che dici non ha senso senza un contesto. È facile dimenticarsi di questo dettaglio nella nostra vita quotidiana, faccia a faccia, perché di solito il contesto è ovvio. Supponiamo che dica: «Lasciami stare! Non ho tempo per te adesso!». Suonerebbe strano o crudele, a meno che tu non veda che mi sto rivolgendo alla nostra gatta che richiede attenzioni in modo sinceramente irragionevole.

… (Nei social invece) il problema è diventato così pervasivo da essere quasi invisibile, come l’aria. Abbiamo rinunciato ad agganciarci al contesto. I social media distruggono il significato. Qualunque cosa tu dica sarà contestualizzata e interpretata dal modo in cui gli algoritmi, la massa, e un esercito di utenti falsi, che in pratica sono essi stessi algoritmi, incrociano questa tua dichiarazione con quello che dicono gli altri. Nessuno sa mai con precisione come verrà accolto quello che dice.

Ogni tanto parlo in pubblico e istintivamente adatto la mia presentazione a seconda di chi ho davanti. Agli studenti delle superiori non dico le stesse cose che direi a una platea di matematici. Ed è una prassi comune nella comunicazione.

Parlare sui social media in pratica non è parlare. Quello che dici viene inserito in un contesto dopo che tu l’hai detto, per gli scopi e il profitto di qualcun altro. Questo cambia ciò che si può dire. Quando il contesto si arrende alla piattaforma, la comunicazione e la cultura diventano insignificanti, superficiali e prevedibili. Devi proprio uscire di testa per arrivare a dire qualcosa che sopravviva anche solo brevemente in un contesto imprevedibile. Solo gli stronzi possono riuscirci.

Niente contesto, niente significato, solo numeri

Il risultato è che ogni giorno ci scambiamo idee senza sapere bene a chi finiscano. Un gioco al quale partecipiamo tutti in cui, alla fine, le idee vengono spersonalizzate e decontestualizzate. In cui scompaiono, non dico i volti, ma le persone con la propria storia, e diventiamo tutti numeri dentro un algoritmo – una cosa tipica delle carceri o delle scommesse sportive basate non sul gioco ma sulla statistica.

Tornando agli esempi di prima, ne ho parlato proprio ieri con il mio socio e ci abbiamo scherzato amaramente su. Ma la cosa significativa è che la nostra visione era uguale, eravamo insomma sulla stessa pagina. Non lo dico per esaltare la nostra affinità imprenditoriale né per dire quanto siamo bravi e intelligenti. Dimostra semplicemente che si tratta di due persone che hanno visione dello stesso contesto o, per dire le cose come stanno, vivono la stessa bolla.

Il post di Leonardo citato prima, quello sull’elemosinare il lavoro, era comprensibilissimo se avevi presente cosa succede ogni giorno su LinkedIn in proposito e quali brutte tendenze si stanno verificando; il problema sta nel dare l’idea di Leonardo, anzi del numero xxxhfjf76, in pasto a tutti, senza contesto.

È il gioco, bellezza!?

Adesso potremmo chiudere semplicemente così: è il gioco bellezza. Che vuoi farci?

Oppure continuare a ragionarci su e cercare alternative. A me ne vengono in mente due: seguire il consiglio di Jaron Lanier e cancellare tutti gli account social, recuperare contesto ed essere disponibili a farlo.

Della prima evito di parlarne, mi sembra una soluzione oggettivamente drastica, anacronistica, impossibile da realizzare se sei una persona “normale” e hai qualche interesse di business…

La seconda è il succo del discorso, ciò che sto pensando da un po’ di tempo a questa parte: recuperare contesto.

E l’unico modo che mi viene in mente è quello di abbandonare il piacere al quale ormai ci siamo assuefatti, il piacere dello stare al gioco, dei like e dei grandi numeri, dell’illusione di essere connessi al mondo e ascoltati dal mondo.

Lavorare invece su numeri piccoli, anche piccolissimi. Due, tre, quattro, una decina di persone. Selezionare, anche escludere se porta a includere davvero.

Ne avevo parlato anche in “perché sto eliminando 1000 collegamenti LinkedIn”

Cosa c’è in ballo? Cosa ci giochiamo? Cosa ci guadagniamo?

In gioco c’è davvero molto, da cose nobili quali “il significato”, le “persone” sino a un ritorno in termini economici e di vera redditività. Ecco qualche punto. Mi riservo di elencarne molti altri nei prossimi giorni…

Significato

Nonostante tutto sono convinto che viviamo il miglior periodo della storia. “Con un pc e una connessione chiunque potrà esprimere la propria opinione.” Lo diceva Bill Gates nel 1996 e aveva ragione, ma c’è di più: chiunque oggi può non solo comunicare ma soprattutto accedere alle informazioni, confrontarsi, lasciarsi contaminare, crescere.

Le parole fondanti sono però: informarsi, confrontarsi e lasciarsi contaminare, crescere. Un risultato che non è fattibile se dobbiamo lasciarci guidare da un algoritmo.

Per tenere testa ad un algoritmo, per come abbiamo detto e per come dice con senso Jaron Lanier, devi accettare di comunicare idee scontate, a basso prezzo, usabili senza contesto, dove perdi significato. Devi insomma essere uno stronzo e giustificarlo con il fatto che serva fare così. Poi però devi viverci…

Non si scalano le persone

Ne ha parlato proprio oggi Sebastiano Zanolli.

“Una cosa davvero urgente da fare è a mio parere vivere anche nella vita reale e smetterla di seguire una visione algoritmica, “scalabile”, che ci è stata consegnata da questo mondo digitale.

Quasi tutti quelli che incontro che mi dicono che il business deve essere soprattutto “scalabile” mi lasciano un retrogusto di scarsa propensione verso il prossimo.”

Come dice Sebastiano, non si scalano le persone, a meno tu non sia proprio stronzo. Ma c’è di più: non è oggettivamente possibile farlo, non oggi.

Il content shock del quale si parlava già nel 2015 è arrivato a livelli esasperati. Anche in italiano, vedo spuntare fuori ogni giorno persone che comunicano su ogni cosa e in ogni modo. Non dico sia un male, dico solo che per spiccare in questo mercato servono ormai:

–         Un grande budget, inteso non solo come ads ma anche come preparazione e supporto strategico o anche come capacità di comunicare per tot tempo senza pensare ai risultati)

–         Aver iniziato prima: inutile negarlo, è molto più semplice prendere delle contromisure se hai già un pubblico che iniziare da zero nel momento della complessità

– essere stronzi…

Il ritorno concreto

Non si tratta solo di ideali, si tratta anche di cose molto concrete. Se non cancello tutti i miei account, detto sinceramente, è perché poi non saprei cosa dare da mangiare ai miei figli. Come me, molte persone vivono la stessa situazione, e altre, chi sta iniziando, vede nei social, anche giustamente, la possibilità di ritagliarsi uno spazio redditizio.

Ma è esattamente questo il punto, anche in base al discorso del Content Shock, accennato prima: c’è bisogno di fare meglio, non di più.

La mia idea è comunicare tanto, bene ma in modo estremamente indirizzato; almeno in quelle che possono essere le intenzioni e come misura dei risultati.

Vorrei, auguro, che si analizzi “il lavoro fatto” e ci si chieda: “con quante persone ho realmente parlato questo mese?” e non “quante visualizzazioni ho fatto questo mese?”

Una volta che si è disposti a questo si può agire: selezionare, escludere per includere, comunicare in modo significativo.

A meno che tu non sia uno stronzo, in questo caso continua così… al momento il gioco sembra fatto su misura per te.

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.