“Sa di pollo” non è un complimento (la differenza tra essere riconosciuti ed essere apprezzati)

Qualche anno fa su LinkedIn incontravo sempre il simpatico volto di un esperto di marketing, autoproclamatosi la massima autorità mondiale in una specifica branca del mondo digitale. Vedevo i suoi aggiornamenti sul feed tre, quattro, anche cinque volte al giorno.

Non so se per sbaglio lo abbia rimosso dalle persone seguite o se si sia dato alla pesca d’altura… non lo vedo più.

Mi ricordo però perfettamente il suo nome, il suo volto, il suo messaggio, qualcosa di simile a “il numero 1 in x per fare y.”

Oggi ci sono altre persone che continuano a vedersi con regolarità e puntualità. E, come me, penso che molti abbiano ben presente persone e personaggi con una dichiarazione sui generis, indimenticabile, di quelle che si ricordano al pari delle pubblicità anni ’90.

Mi viene in mente un esperto, un formatore e autore di diversi libri, che da anni è presente ogni giorno con un consiglio su come ottenere autorevolezza e creare coinvolgimento.

Ogni santo giorno mi compare sul feed con i suoi 1, 2 o massimo tre like. (Le vanity metrics sono vane ma qualcosa vorranno anche dire!)

Qual è il punto?

Il punto è che farsi conoscere è solo parte del gioco. La riconoscibilità non è garanzia di autorevolezza.

“Sa di pollo”, un’espressione utilizzata quando si assaggia qualcosa di nuovo che non entusiasma per originalità del gusto, non è un complimento. “Ti ho visto, l’ho visto, lo conosco” è solo un inizio.

Familiarità vs Empatia

Il modo in cui certi personaggi (come quelli dei quali parlavo prima) si intrufolano nelle bacheche di un social e nelle nostre vite, riguarda la massività  con  la quale vengono diffusi i loro messaggi. Vedere un volto continuamente porta a ritenere queste persone familiari. Ma la familiarità, per quanto sia un fattore importante, nella creazione del proprio brand, può facilmente diventare un fattore ininfluente.

Un esempio per comprendere

“Conosci Tizio?

Sì, lo vedo continuamente sui social.”

Punto.

Quando le persone associano il nostro volto al nostro volto e basta, senza agganciarvi un messaggio preciso e che sentono vicino, la familiarità è priva di ogni potenza.

Riconoscibilità vs Valore

La familiarità si sposa spesso con il concetto di semplicità dei messaggi. Immaginiamo due casi, due persone.

La prima si occupa di “scrivere newsletter che le persone leggeranno con avidità e attenzione”

La seconda si occupa di copywriting.

La prima persona ha un vantaggio competitivo: il suo messaggio è unico, diretto, memorabile e memorizzabile.

Tuttavia, anche qui, è forte il rischio che il nostro eroe “occupi una categoria ben precisa nella mente delle persone”; e basta.

Che viva una vita difficile e che non abbia un cliente dal 1980!

Buona parte dei consigli di brand positioning, riciclati, rimasticati e applicati ai marchi personali, più che strategici sono di carattere tattico: perché è chiaramente più facile spiccare, farsi conoscere e riconoscere, stringendo il campo.

Tuttavia, anche qui, la riconoscibilità è solo uno degli ingredienti. Un ingrediente di troppo, se non è associato a un valore riconosciuto e condiviso.

Un modo analogo per incorrere nello stesso errore è quello della comunicazione sopra le righe.

Tutti possono conquistare un momento di celebrità e divenire riconoscibili entrando in campo nudi durante una partita di calcio. Ma non è questo che fa la differenza nel mercato e nel mondo del lavoro.

Non riguarda te, non riguarda gli altri, riguarda te e gli altri

Il grande malinteso è che il personal branding riguardi te tesso.

Il grande malinteso è che il personal branding riguardi gli altri.

La verità è che il personal branding riguarda Te e gli Altri. Come ha ricordato di recente William Aruda, il personal branding riguarda il modo in cui offri valore agli altri.

È quando divieni familiare ma quando lo fai entrando in empatia con gli altri.

È quando divieni riconoscibile ma ci riesci non solo con uno slogan o una pettinatura stravagante ma grazie a un carico di idee ed emozioni.

È quando: “Conosci tizio?”

“Ah sì, lui è davvero in gamba…”

Connect

35 anni, due figli, due cani. Scrivo di comunicazione, di parole, di idee, di relazioni. Di tutto ciò che serve o sul quale è utile ragionare per tirarsi fuori dalla competizione e trovare significato.